WORSE THAN LIFE/Il Default

Usare la pandemia globale per raccontare un ipotetico scenario distopico in cui l’Italia va in default: un film che, “se poi le cose vanno davvero a scatafascio, diventerebbe profetico, e che, in caso contrario, resterebbe comunque interessante in quanto dipinge una sciagura che di cui il Covid-19 è solo il fattore scatenante, ma che potrebbe verificarsi anche senza.”

E’ questa, espressa da Fabio Bonifacci l’idea più originale che è emersa dal panel “Sceneggiatori Live!”, sulle sceneggiature italiane post Covid-19, ospitato da Badtaste e organizzato da Stefano Sardo presidente dei 100autori e sceneggiatore di 1992, 1993 e 1994 e Nicola Guaglianone, sceneggiatore di Lo Chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili e L’ora legale.

L’idea più originale e anche una delle poche idee concrete, assieme a quella di Stefano Bises, che evidenziava come il patrimonio narrativo che questa emergenza ci lascerà potrà arricchire narrazioni che non trattino direttamente della pandemia, ma, ad esempio, di “una storia d’amore in casa, di una famiglia che si trova costretta a vivere a stretto contatto dopo molto tempo”

Tutti gli sceneggiatori intervenuti sono più o meno concordi sul fatto di non voler scrivere (ma neanche voler vedere da spettatori, al momento) storie che raccontano la quarantena, ancora troppo vicine, troppo dolorose, e facenti parti di quel “reality show delle persone che conosciamo e a cui siamo sottoposti ogni giorno, ormai.”

Alcuni hanno sollevato il problema del realismo o della verosimiglianza (“come faremo a scrivere scene di gente che si bacia? O che si incontra al bar? Dovremmo pensare quindi storie da ‘camera e cucina’ con cast ridotti, non girare per un bel po’ scene di sesso?”), perché se è vero che un film scritto adesso lo vedremo sugli schermi quando ormai saremo fuori dall’emergenza e dal contingentamento, è altrettanto vero che non si potrà “riprendere da dove eravamo rimasti prima del Covid, facendo finta che in mezzo non sia accaduto niente”.

Punti condivisibili, ma che lasciano la riflessione confinata dentro un perimetro che proprio adesso gli autori dovrebbero immaginare di abbattere. E che forse è proprio l’empasse di un certo tipo di realismo in cui da tempo è confinato il cinema italiano, come è poi anche emerso nel proseguire della discussione.

Se dunque “la crisi non va raccontata ma rielaborata”, dice Filippo Bologna, “la sfida è quella di capire quali sono le emozioni collettive che questo momento esprime e riuscire a trasporle in storie, un po’ come ha fatto “Jocker” che è riuscito a intercettare questo bisogno di rivalsa, di risentimento degli ultimi contro i ricchi e i potenti” aggiunge Eleonora Trucchi.

Il cinema italiano odierno però, ribatte Sardo, “avrebbe trattato questo tema con la storia di qualcuno che perde il lavoro, va a dormire in macchina…Una risposta, insomma che oggi non sarebbe  più quella che il pubblico si aspetta dopo uno stravolgimento che ha fatto deragliare tutto, e che richiede perciò una forza di racconto ‘larger than life’.”

“ Mi chiedo se non sia il caso di inventare storie che, cercando oltre il realismo, possano andare a intercettare meglio il sentimento di quello che stiamo vivendo.” Aggiunge.

E’ una delle soluzioni che individua Guaglianone, quando suggerisce “un ritorno al cinema di genere” così poco frequentato dalla nostra cinematografia (anche se ultimamente qualche fortunato seppur raro tentativo si è visto).

Ma allontanarsi dal realismo non è l’unica via, purché, come precisa Bonifacci, “la commedia recuperi quella serietà, quel senso tragico della realtà in cui questa situazione ci ha catapultato, scuotendoci dall’eterna adolescenza cui eravamo abituati, facendoci capire che le nostre difese possono saltare da un momento all’altro.” 
E’ l’unica ragione questa, spiega Bonifacci, per cui trovo calzante il paragone fra questa pandemia e una guerra.
Anche se, come nota Sardo, è significativo che l’impegno a cui siamo chiamati per combattere quest’emergenza è quello di stare a casa in pigiama sul divano davanti ad uno schermo, cioè quello che già la nostra generazione si stava sempre più abituando a fare, e che, a livello d’immagine, è effettivamente quanto di meno eroico si possa immaginare. C’è già molto di tragi-comico in questo, non c’è dubbio.

E lo coglie benissimo Filippo Gravino, quando traccia un ritratto disperante della nostra generazione di quarantenni “eticamente e politicamente nulli: in questi anni abbiamo espresso due leader politici che sono due ex concorrenti di Doppio Slalom  Per paura di non avere niente, in questi anni così melmosi, siamo entrati nella nuvola del pensiero moderato da cui abbiamo estinto ogni conflitto, qualsiasi voglia di essere contro” Che nel cinema, ad esempio, si è tradotto nell’operazione di “avere espunto dalla commedia il tragico: da quanti anni non muore il protagonista di una commedia? E questo perché vogliamo essere rassicuranti,  dare il messaggio che sta andando tutto bene” (non è un caso che il titolo del nuovo film di Francesco Bruni, che doveva uscire in sala il 19 marzo ed è fra i tanti titoli ‘nel limbo’ si chiami proprio “Andrà tutto bene”)

E se, da una parte c’è chi trova un riferimento negli Stati Uniti (che subito dopo l’11 settembre hanno traslato il bagaglio emotivo della tragedia producendo film come “La 25esima ora”, per poi riuscire, con una maggiore distanza, a raccontare il terrorismo e a mettersi in discussione con “Homeland”, ad esempio), sempre Gravino, dopo aver messo in dubbio la capacità italiana di affrontare la grande narrazione, “proprio perché a noi manca il trauma collettivo, l’evento che ci accomuna”, mette in guardia dalla ‘colonizzazione USA’, in parte responsabile dell’indebolimento delle nostre storie e della perdita di complessità: “colonizzazione che ci ha portato ad esempio, alla dittatura del concept: l’idea che deve essere forte, vincente. Ma quello che ci ha appassionato nella nostra formazione, era molto lontano da questo: qual è il concept di “Toro Scatenato” o di “Fanny e Alexander”? Io non lo so! Ma quello che voglio da un film è un mondo, la capacità di essere in conflitto, di essere profondi. Io ho la sensazione di essermi seduto su un divano di gomma, dove mi hanno detto di stare tranquillo e dare un messaggio tranquillizzante. Ecco, credo che questa sia l’occasione per vedere di tirare una riga e avere il coraggio di provare a far rientrare la complessità nel nostro pensiero.”

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