Una costumista esperta di film in costume: sembra un gioco di parole ma non lo, è perché Usrula Paztak, che abbiamo incontrato agli European Film Awards dove era candidata per Duse, ha lavorato su tantissime storie ambientate nel passato, spesso con protagonisti artisti: pittori, scrittori, poeti, attori.
Come nel caso di questa candidatura, che poi non si è trasformata in statuetta (andata invece a Sabrina Krämer per i costumi di Sound of Falling di Masha Schilinski), e diVolevo Nascondermi di Giorgio Diritti, il film su Ligabue che invece le fece conquistare l’EFA nel 2020
E forse anche lei ha riunito nel suo lavoro i mestieri dei suoi personaggi.
La pittura, ad esempio: “La scena in cui Eleonora Duse va a casa dello stilista Mariano Fortuny, l’abbiamo girata proprio a Palazzo Fortuni di Venezia. Una casa bellissima, piena di oggetti, orientaleggianti, dove devi inserirti in punta di piedi, capire quali colori possono funzionare. Proprio come se stessi dipingendo un quadro.”
O il teatro, un altro ambito dove Paztak ha lavorato molto (e continua a farlo, nell’opera soprattutto): “Duse era un film particolare perché c’era il teatro nel cinema, che fra l’altro avevo già affrontato con Qui Rido Io di Martone. Il connubio fra due mondi che mi appartengono.”

Da dove hai cominciato per vestire la Duse sul grande schermo?
Esistono poche foto della vita reale, non c’è moltissimo su di lei. Sono andata all’archivio Cini a Venezia, dove hanno i suoi vestiti originali, sia di scena che della sua vita normale, ci sono tutti i vestiti di Mariano Fortuny, spesso stampati in velluto degli ornamenti che raccoglieva in tutto il mondo.
Poi però, quando abbiamo fatto una prova costume con Valeria (Bruni Tedeschi, n.d.r.) da Tirelli, a Roma, con un vestito originale di Maria Gallenga, altra stilista dell’epoca che faceva stampe alla Fortuni, ci siamo accorte che non funzionava, c’era qualcosa di sbagliato, di eccessivo, il costume prendeva il sopravvento sul personaggio, per cui abbiamo dovuto trovare un’altra strada. Anche perché Valeria voleva dare un taglio moderno al personaggio e quel costume riportava al passato.
Allora mi sono ispirata alle foto di scena, in cui la Duse aveva sempre questi lunghissimi strascichi, che mi hanno dato l’idea del suo continuo transitare fra scena e vita, perché lei secondo me non usciva mai dal suo personaggio. Ho inventato quindi questo cappotto lunghissimo, con lo strascico: è stata l’intuizione giusta, su cui abbiamo fatto poi tutte le variazioni e le aggiunte: il collo grande che le incorniciava il viso dandole autorità, facendola sembrare una regina del 1500, differenziandola dalle persone comuni; lo strano cappello con un uccello sopra…
Lo strascico, inoltre, non fa vedere bene il corpo, rende il personaggio etereo, non a caso lei era chiamata la Divina…
Una Divina di cui il film mostra però anche tutta la fragilità…
Proprio per questo ho realizzato dei vestiti che le permettessero di nascondersi fuori e denudarsi sul palcoscenico, cercando di affidare ai costumi la descrizione del suo stato d’animo. E anche di provocare quello stato d’animo: come le scarpe che Elio Germano indossava per il ruolo di Leopardi. Erano di qualche numero più grande, e lui diceva che lo aiutavano ad avere il passo più pesante. Sempre in Leopardi, abbiamo inventato la giacca blu che non esisteva nella realtà, ma che è diventata un’immagine che allo spettatore rimane. Ogni progetto ha la sua chiave.

Per trovarla a volte quindi è necessario tradire la realtà?
Esattamente così. Reinventare la realtà permette di arrivarci più vicino a volte. Il nostro compito non è quello di rifare la storia della moda o del costume, realizzando copie identiche di quello che era, ma ricreare degli abiti per renderli più vivi.
Immagino che in questo Pietro Marcello sia stato un buon maestro
Sì, Pietro è un regista che usa molto le immagini di archivio, che in questo caso sono molto forti, eppure non staccano, ma creano un tutt’uno con il resto.

Che indicazioni ti ha dato?
Pietro è grande artista perché è molto libero. La prima volta che l’ho incontrato mi ha fatto vedere un quadro di Corcos, Le Istitutrici ai Campi Elisi, dove si sono due donne vestite di nero. E’ un dipinto di fine ‘800, un periodo precedente a quello della storia. Corrispondevano alla sua visione della Duse con la sua governante, Desireé, come le vediamo nella prima scena in cui arrivano dall’alto in questo campo di battagli,: dovevano essere come due vedove di guerra con questi vestiti e veli neri, molto misteriose.
Un’indicazione che dimostra quanto non fosse così ossessionato con il realismo. Non importava tanto che ogni minimo dettaglio rimandasse al 1917, ma che ci fosse la giusta sensazione. Effettivamente, trovo che sia un film molto pittorico.



