UN POSTO AL SOLE/Rivoluzione Mancata

di Marco Mele


Un posto al sole” rappresenta ormai “il passato dell’innovazione”? Ha fatto il suo tempo? Quest’impostazione è quella di chi non vuole prendere atto della caratteristica principale della serialità  televisiva, dove l’innovazione delle storie e dei plot narrativi avviene nel tempo, sulla base di un modello produttivo dato, che non può cambiare, se non per marginali miglioramenti d’efficienza. Quest’ultimo, nel caso di “Un posto al sole”, ha rappresentato un’innovazione per il fatto di essere impiantato in Italia per la prima volta a Napoli, con caratteristiche del tutto uniche rispetto ad altri prodotti similari (la scelta della commedia e del comico accanto al melodrammatico, il richiamo al teatro napoletano nel quale sono cresciuti alcuni attori pilastri della serie, il proporre all’interno della narrazione tematiche sociali).


Il successo di una fiction seriale, in ogni caso, si misura sulla durata nel tempo, come i capi d’abbigliamento di qualità .
“Un posto al sole” dura da quattordici anni e se ha forse addolcito alcune tematiche “forti” dei primi anni (la prostituta di colore uccisa sull’altare, il bacio tra donne, ecc), dimostra ancora nell’ultimo mese di sapersi riprendere gli spettatori perduti negli ultimi mesi del 2009. Come? Rifocalizzandosi sui personaggi storici, a scapito di alcune new entry, in particolare.
Non apro qui il discorso di quanto “Un posto al sole” sia amato (criticamente) dal proprio pubblico e sottostimato da media e critici televisivi.
Il problema è un altro: “Un posto al sole” poteva rappresentare il prototipo di una rivoluzione industriale-editoriale da parte della Rai.
Una rivoluzione e un’occasione mancata, per diversi motivi.
Non ultimo il fatto che Napoli è lontana da Viale Mazzini, da Roma e dal mondo della pubblicità  milanese.
Si potevano estrarre dalla nave laboratorio di Upas (come i fan chiamano “Un posto al sole”) sceneggiatori, dialoghisti, attori, registi, scenografi, know how produttivo e organizzativo per realizzare altri racconti televisivi.
La Rai, invece, ha puntato su altri formati (la serie di cinque-sei puntate in prima serata), ha nei fatti ceduto ai produttori esterni qualsiasi know how operativo, pur avendo al suo interno professionalità  e competenze adeguate, quelle che hanno contribuito ai cambiamenti che hanno portato al recente recupero di ascolti.
Nè è stato fatto nulla, o quasi, per valorizzare commercialmente la popolarità  dei personaggi e degli attori di “Un posto al sole”.
Si doveva fare un fumetto, ma ci si è limitati a una sola puntata. Zero in termini di merchandising.
Certo, nessun altra fiction seriale ha, al contrario, una così intensa partecipazione di attori a iniziative sociali e di solidarietà .
Quanto allo sfruttamento turistico per il territorio campano del successo di Upas, è partita proprio a giugno una nuova iniziativa sui “luoghi di Un posto al sole”.
Molti sono i fan che vengono a Napoli per vedere i set e gli attori: bisognerebbe forse farli “girare” di più e anche organizzare meglio il loro incontro con la troupe e gli attori, un po’ come è successo per il libro di cui sono l’autore non esclusivo: non solo e tanto un’intervista, ma un incontro per conoscere il punto di vista di chi lavora nella produzione e confrontarlo con la domanda di una serie di spettatori affezionati.


Il futuro di “Un posto al sole”?
E’ quello della tv generalista di fronte alla frammentazione indotta non tanto dal digitale terrestre (si tratta più che altro di una redistribuzione degli ascolti di un gruppo tra i canali dello stesso gruppo) ma dalle nuove modalità  di visione della tv, dal Pc all’I Pad, a volte contemporanee alla visione della stessa tv.
Ascolti che sfuggono all’ Auditel, ma che rivelano una necessità  di partecipare, di esserci, di discutere: gli spettatori della fiction, e di “Un posto al sole” in particolare, non si tengono per sé le loro opinioni ma vogliono condividerle con parenti e amici, virtuali e reali.
E’ una vita parallela vista dalla finestra di casa dalla quale parlare con i “vicini” (che possono anche stare a Montreal o a Sidney).
La fiction sul Web è una sfida che prima o poi toccherà  a tutti, anche a “Un posto al sole”, magari per fare un po’ di satira su se stessi, che il cast sarebbe in grado di fare benissimo.
L’Alta Definizione, budget permettendo, dovrebbe incentivare le riprese in esterno e l’integrazione del panorama napoletano nei meccanismi narrativi della soap (diciamo così per comodità , ma “Un posto al sole” non lo é).


Considerazioni finali: il popolo di “Un posto al sole”, così come quello delle fiction seriali, merita una riflessione non separata dalle modalità  di fruizione del prodotto e dalle possibilità  di, in qualche modo, condizionarlo.
Nei tempi di Facebook e dei forum, un “lavoro” di chi realizza audiovisivo è quello di ascoltare i feedback dei pubblici per modificare e arricchire il proprio prodotto, avendo la modestia e l’umiltà  di farlo.
“Un posto al sole” è speciale anche per il popolo che lo segue e lo fa vivere da 14 anni: mai dimenticarlo.


 


IL TOUR/Tutti i Posti al Sole

E’ previsto per l’11 luglio il secondo appuntamento con il “Posti al Sole Fiction Tour”, l’itinerario in minibus alla scoperta dei luoghi dell’ormai famosissima soap napoletana Il percorso, della durata di 3 ore e mezzo (costo 15 euro) prevede una passeggiata nei luoghi più significativi della serie: Castel Dell’Ovo, Villa Comunale, Palazzo Donn’Anna, il Parco Virgiliano, Villa Lauro, il primo edificio che per tanti anni ha “prestato il volto” a Palazzo Palladini, lo stabile più importante della soap, dove vivono tutti i protagonisti.
La visita termina poi con il “nuovo” Palazzo Palladini, ossia Villa Solimene, di cui verranno ammirati gli esterni sul mare.
Una guida turistica accompagnerà  il tour svelando i retroscena di ogni location.

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