direttore Paolo Di Maira

TRIESTE/Muri che uniscono

Confini che uniscono invece di dividere, confini che danno libertà: non poteva che trovarsi a Trieste, città di confini per antonomasia, lo stabilimento La Lanterna, o Pedocin, l’unico che con un muro separa la spiaggia degli uomini da quella delle donne.

E’ significativo che in un momento in cui in Europa si torna ad erigere muri, un italiano e un greco –Davide Del Degan e Thanos Anastopoulos, abbiano realizzato assieme un film.
“L’Ultima Spiaggia”, questo è il titolo, racconta questa particolare realtà triestina caratterizzata da un muro che, insolitamente, esprime ‘laica libertà’, per usare le parole di Federico Poillucci, presidente di Friuli Venezia Giulia Film Commission, che ha sostenuto il film.
Tanto significativo da arrivare sulla Croisette, dove il documentario, una co-produzione fra Mansarda Production (Italia), Fantasia Ltd (Grecia), Arizona Productions (Francia) in collaborazione con Rai Cinema, è in selezione ufficiale (proiezione speciale).
“Questa selezione ci riempie di gioia e ci ripaga delle scelte fatte”, dichiara Davide Del Degan, “casualmente io e Tanos ci siamo trovati a condividere questo progetto su questo spazio che io, da triestino conosco da sempre, e lui, che arriva da un’altra città di mare distante e diversa, Atene, da minor tempo. Quindi nel film c’è una doppia sensibilità.”

Due spiagge, due sguardi, e anche due direttori della fotografia, un uomo e una donna (la triestina Deborah Vrizzi), ognuno dedicato al proprio settore della spiaggia divisa, perché l’obiettivo era quello, racconta Del Degan, “diventare più trasparenti possibili”. “Abbiamo usato un approccio osservazionale, girando per 120 giorni, durante tutto l’anno, perché Pedocin non chiude mai. Non ci sono interviste, ci siamo limitati a seguire le dinamiche che si creavano fra queste persone, costruendo una narrazione diversa , fatta di una molteplicità di protagonisti che si incrociano nel  passare del tempo, che poi è un tempo ciclico, quello delle stagioni che si susseguono. Le persone che frequentano questo stabilimento sono anche coloro che, seppur da piccoli, hanno vissuto l’esodo degli istriani che sono arrivati a Trieste, il senso del confine si sente molto nelle loro storie personali e nella storia della città stessa. Ma in questo spazio il confine è un elemento di libertà, e anche il fatto che le persone lì siano tutte in costume da bagno, fa sì che le differenze sociali e culturali non siano immediatamente percepibili: questo ha favorito un atteggiamento di generosità e d rilassatezza da parte dei personaggi del film, che si sono presto dimenticati di noi”.

Ribadisce il concetto Poillucci:
“Stanos e Davide mi parlarono per la prima volta di questa storia a When East Meets West nel 2014, quando potevano già contare sul contributo allo sviluppo del Fondo Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia. Ne siamo stati subito entusiasti, perché lo stabilimento La Lanterna è un vero e proprio simbolo della diversità culturale di Trieste, e il muro non rappresenta segregazione o divisione, ma piuttosto una laica libertà, da un punto di vista fisico e relazionale, considerato anche che è nato nel 1903, quando, ad esempio, mettersi in costume non era così scontato. Molto importante è anche che quasi tutta la troupe del film sia locale, come uno dei due direttori della fotografia, Deborah Vrizzi, o il fonico Francesco Morosini.”
“Non ci aspettavamo la selezione a Cannes, e ne siamo felicissimi. Dopo Oleotto, Zoratti, Fasulo, Gergolet, prosegue il periodo d’oro di quella che è stata definita la nouvelle vague del Friuli Venezia Giulia.- Conclude Poillucci.-

”Avremo anche un altro autore della nostra regione a Cannes, a Cinéfondation la triestina Laura Samani, giovane autrice de “La santa che dorme”, il suo cortometraggio di diploma prodotto dal CSC, ambientato e girato nelle valli del Natisone con la nostra collaborazione.”

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