direttore Paolo Di Maira

TIR. IL FILM/Giro di Vite

Sembra che Marco Müller, direttore del Festival del Cinema di Roma , sia rimasto molto colpito da “TIR”, e abbia detto che Alberto Fasulo è riuscito dove molti cineasti hanno provato senza riuscirci.

Ma dove sta “l’unicità” dell’impresa? Certamente anche nella complessa architettura produttiva che ha polarizzato l’interesse di partner tanto diversi.
Ma non basta.
Nell’attesa che TIR passi al Festival , il prossimo 15 novembre, ci affidiamo al racconto dell’autore.

Tutto inizia nel 2008, quando un lungo sciopero dei camionisti minacciò di mettere in ginocchio l’Italia, e quando il nostro autore cominciò a sentire la parola crisi e si rese conto che stava entrando in un contesto “vivo e potente”.
Anzi no: a dire la verità tutto comincia molto prima, quando l’autore, da bambino, si con- fronta con l’assenza dei genitori per motivi di lavoro.
Anche per questo, da grande, accanto alla passione per il cinema, Fasulo coltiva un altro straordinario interesse, quello per il mondo dei camionisti.
Racconta: “per me erano diventati l’emblema di questo mio nervo scoperto, mi colpiva questa loro scelta di vivere separati dagli affetti. Mi chiedevo: com’è possibile che questi uomini scelgano di andare a vivere nella cabina di un camion per amore di una famiglia che non vedono praticamente mai e con cui non possono convivere quotidianamente, se non al telefono?”

Fasulo prende a frequentare questo mondo, a partecipare ai raduni , e conosce Douglas, un quarantenne che faceva quel mestiere dall’età di 18 anni: partiva il lunedì e tornava il venerdì, s’incontrava con gli amici si divertiva il sabato sera e poi di nuovo sul camion.
Fasulo comincia a scrivere la storia di Douglas, e con questa vince il premio Solinas nel 2010; e quando Douglas, perso il lavoro, decide di cercare fortuna in Australia, Fasulo si ritrova senza “personaggio”.
“Capii allora quanto veloce fosse la realtà dei camionisti, una realtà totalmente diversa da chi fa qualunque altro lavoro; è una cartina di tornasole dell’economia, dove le merci corrono più veloci delle persone; e i camionisti si muovono secondo la logica delle merci”.

Fasulo si rese conto che lavorare sulle persone non bastava; per capire doveva entrare nel sistema: la sua storia andò a cercarla allora nelle aziende.
“Furono sei mesi strani, passati a raccontare il mio progetto di documentario a interlocutori che mi guardavano in modo strano. Uno mi chiese: ma tu vuoi fare un film sugli schiavi o sui camionisti?”
Fu grazie a un imprenditore “illuminato”, convinto del progetto, che Fasulo potè entrare in quel mondo: quasi tutti i camionisti dell’azienda di cui era proprietario questo imprenditore (che vuole rimanere nell’anonimato) erano dell’Est.
Fasulo cominciò a viaggiare assieme a uno dei dipendenti, selezionato dall’imprenditore.
“Era croato, di Spalato, faceva l’insegnante prima della guerra dei Balcani, poi, tornato a casa, si rese conto che il mondo era cambiato, che con quella professione non poteva più garantire alla sua famiglia quella vita, quei diritti che con il comunismo erano acquisiti, ma che con il capitalismo bisognava comprare. Quest’uomo era disposto a fare 900 chilometri in macchina, entrare nel suo “ufficio” (la cabina del camion), starci per 4-5 settimane, per tornare poi una sola settimana a casa e permettere alla figlie di laurearsi e puntare ad avere un domani, un lavoro dignitoso o quanto meno scelto”.

“Avevo finalmente trovato la storia giusta che mi riportava al mio nervo scoperto, e così cominciai a lavoraci. Ma dopo un anno mi resi conto che questa volta il documentario mi poneva un limite etico, chiedendo al personaggio di esporsi, lo mettevo a rischio verso l’azienda, verso la sua famiglia e anche in qualche modo verso se stesso, e io, invece, che amavo profondamente questo mio nuo- vo personaggio, non volevo e non potevo dimenticare la persona reale che stava dentro al personaggio”.
“Ho capito che il genere documentario non era sufficiente a raccontare la storia che volevo raccontare, non bastava per poter arrivare all’intimità che volevo indagare. Volevo arrivare alla verità di questo personaggio, di questa storia, pretendevo da me di entrare nel suo dramma, nella sua psiche, sotto la sua pelle, e non potevo mettere in pericolo la persona che interpretava il protagonista della storia che amavo, sarebbe stato un controsenso, non ero disposto a sacrificare l’uomo per il personaggio, la vita per il cinema, il rispetto per un successo”.

Fasulo incontra, grazie ad un amico, l’attore Andrea Collavino, un attore professionista Sloveno, Branko Završan, che accetta la sfida e che prende le patenti del camion, e sempre grazie al proprietario dell’azienda, viene assunto dall’azienda per preparare il personaggio e il film. Per quattro mesi Fasulo viaggia in tutta Europa con lui e la sua troupe.
Così, il documentario lascia entrare la finzione e la finzione nasce nella realtà.
“La finzione può essere più potente, se ti permette di andare a fondo nella realtà che indaghi, di ritornare sulle situazioni, di entrare nella pelle del tuo personaggio, ma la condizione imprescindibile, per me, era che l’attore dovesse vivere realmente il suo personaggio.
Quando realizzai “Rumore bianco” dovevo raccontare delle atmosfere, un ambiente come un fiume e la sua relazione con le popolazioni rivierasche e il documentario andava bene per il soggetto e la regia che intendevo. In TIR invece, non era più sufficiente il solo documentario, volevo indagare, entrar dentro alla psiche del pro- tagonista, e solo un attore generoso e capace come Branko, poteva permetterlo, potendo superare il disagio della verità”.

Cinque anni Fasulo ha impiegato per arrivare alla verità che cercava.
“Per me il lavoro è rivelazione”, dice, “e mi interrogo continuamente su quali siano i film necessari da fare”.
TIR lo è, perché la vita del camionista è una metafora moderna:
“Ognuno di noi è continuamente messo nella condizione di poter e dover scegliere; la scelta è di per sé un valore, nel momento in cui viene fatta coscientemente. Non credo esista quel che è giusto e quel che non è giusto, tra questa dicotomia c’è una verità indiscutibile che è la vita in sè, ed è quella che volevo carpire, la vita del perso- naggio Branko che inevitabilmente ci potrà far riflettere sulla nostra vita, che poi tanto lontana non può essere”.

 

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