direttore Paolo Di Maira

Sfida OTT /Giammaria: creare un’European broadcasting unit

L’accordo politico che Italia e Francia hanno firmato ieri è la cornice in cui si deve inserire la battaglia che il servizio pubblico europeo deve combattere per controbilanciare il potere delle piattaforme sviluppando algoritmi alternativi, che non rispondano a logiche commerciali ma siano ispirati dai valori civili, sociali, dell’autorevolezza e veridicità dell’informazione.
È ciò che sostiene Duilio Giammaria, alla guida della Divisione Documentari della Rai, e che ha espresso al Torino Film Industry, all’interno del panel Doc e Servizio Pubblico: la sfida che ci attende,  che è stato aperto dall’intervento della Consigliera di Amministrazione RAI, ed  esperta in tecnologie dell’informazione,   Francesca Bria, che ha auspicato un modello alternativo a cui dovrebbe lavorare una colazione di broadcaster pubblici, collaborando con tutti gli attori della società e diventando un hub di innovazione etica a servizio del pubblico.

E il documentario, genere in grande ascesa, è tipo di contenuto ideale per costruire le regole di questo nuovo spazio digitale, dice Giammaria, e rappresenta “il linguaggio perfetto, benché più costoso e difficile da produrre rispetto ai talk show, per dare l’ opportunità a milioni di persone di pensare e capire grandi problemi, temi questioni.”

Come Afghansitan the wounded land, documentario di quattro ore che è stato trasmesso in prime time su Rai 3 e visto da quasi 1 milione di persone, “sono sicuro che creerà una coscienza e comprensione molto più ampia di qualunque dibattito.”

Il lato positivo della competizione innescata dalle piattaforme ha risvegliato anche un grande interesse per questo genere, soprattutto negli spettatori più giovani, che sono attratti dal suo stile ‘rough, autentico’ dice Caroline Behar, direttrice delle coproduzioni internazionali e delle acqusizioni dei documentari per France Télévision. E’ d’accordo su questo punto Francesco Virga, presidente di Doc.it che ricorda come “si sono fatte serie in Italia che altrimenti sarebbero state impensabili, e che sicuramente Netflix, nonostante ora sia in una diversa farse, dove formattano molto, ha dato una grande libertà ai produttori in termini di topcis, cosa che non è sempre stata vera con il servizio pubblico.”

Un esempio della pericolosità degli algoritmi commerciali delle piattaforme è, per Giammaria, una serie come Perfect Crime, “5 ore dirette da Christian Beetz e prodotte da Netlix: un prodotto che insegna molto su come scrivere documentari, su come usare creativamente il materiale d’archivio…Eppure Beetz mi ha detto che esclude di poter tornare a produrre un’altra serie del genere, perché l’algoritmo dice di fare altro.”
Inoltre, aggiunge Giammaria, “non è un momento troppo felice per i produttori indipendenti per lavorare con le piattaforme, che si tengono i diritti delle opere, spesso le stravolgono al montaggio…la via d’uscita può essere solo un’european broadcasting unit.”

Ed è dunque necessario incrementare la capacità produttiva di tutte le nuove piattaforme che i broadcaster pubblici hanno messo in piedi per avere accesso agevolato a cofinanziamento, co-protezione e co-sviluppo, come Global Doc alliance, la cui prima coproduzione è stata il documentario Under The Volcano, diretto da Laurence Thiriat prodotto da MyMax (Italia) con Artline Films (Francia), RAI Documentari e France Télévisions, presentato recentemente al BiFEst di Bari, ricorda Giammaria.

O Big Five, iniziative di Arte, che da molti anni sostiene i documentari europei e oggi, con i sottotitoli in 6 lingue, raggiunge quasi la totalità degli spettatori dell’Unione. Ne ha parlato Claudia Bucher, a capo dei documentari del canale: “l’idea è produrre ogni anno 5 grandi documentari accelerando i processi decisionali, vogliamo investire sullo sviluppo, anche perché molti dei partner europei non hanno fondi per questa fase: svilupparne quindi dieci e poi finanziarne cinque.”

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