direttore Paolo Di Maira

SET&TURISMO/UN MATRIMONIO DA SOSTENERE

di Sue Beeton


Se è vero che i film e le serie televisive attraggono un numero cospicuo di turisti verso (alcuni) set, una volta che il regista se ne va e arrivano i villeggianti, chi è il responsabile della gestione di questo turismo?
Di solito, questa responsabilità  compete alle organizzazioni locali suddivise fra province e comuni, che possono comprendere agenzie di gestione del territorio e dipartimenti di sviluppo economico. Normalmente le organizzazioni (governative e non) di “destination marketing” sono le più coinvolte in materia di turismo.
Comunque, è la comunità  che ha ospitato le riprese a dover fare i conti con l’incremento dei flussi di arrivo.
Ed è bene sottolineare che spesso viene lasciata fuori da ogni decisione.
Inoltre, che dire delle società  di produzione, che sono state le prime a innescare il potenziale cineturismo?
Quando non hanno più a che fare con le locations (a meno che non stiano girando una serie, e quindi prevedano di ritornare), hanno una responsabilità  sociale nei confronti della comunità  che abita il luogo che li ha ospitati e ha permesso la realizzazione del film da cui (di solito) hanno tratto profitto.
Quando si gira all’interno di comunità  piccole o rurali, gli effetti del cineturismo possono essere profondi, in positivo (dal punto di vista economico), ma anche in negativo (affollamento e mancanza di privacy).
Anche se il termine “sostenibilità ” ha generalmente una tripla accezione – economica, sociale e ambientale – la maggior parte dell’attenzione al turismo si concentra sui meri ritorni economici, e sta crescendo quella sulla questione ambientale.
Ma perchè una destinazione cineturistica sia sostenibile, essa deve considerare anche la qualità  della vita della comunità  locale.
Comunque, anche le opportunità  economiche del cineturismo possono essere minacciate da severe restrizioni di copyright messe in atto dalla casa di produzione.
Una volta che il contratto è stato firmato dalle varie parti (con proprietà  individuali e/o del governo centrale o locale interessate dalle riprese), si può fare poco per portare l’attenzione sulla sostenibilità  futura, così come sulle opportunità  di business mancate per la comunità  locale.
Di conseguenza, tutti gli stakeholders, cioè tutti coloro che hanno interessi legati alla realizzazione del film e al futuro turismo che questa può generare, devono essere identificati.
Ed è necessario che le loro necessità  e i loro bisogni vengano chiariti al momento della negoziazione con la casa di produzione.
Troppo spesso si danno incentivi per attrarre i film-makers senza considerare più di tanto il futuro della comunità .
Tali incentivi normalmente includono sgravi o esenzioni fiscali, accesso a siti “protetti” (Il film “The Interpreter” ha ottenuto l’accesso per poter filmare all’interno del Palazzo delle Nazioni Unite a New York) e l’uso della proprietà  privata.
Una volta che i fi lm-makers se ne vanno ed arrivano i turisti, le loro aspettative di accedere ad alcuni di questi siti possono creare insoddisfazione e e confusione.
Spesso sperano di fotografare le proprietà  private filmate e incontrare i residenti, e questo può provocare seri danni alla privacy della comunità  ospitante.
E’ una tentazione molto forte quella di accogliere semplicemente i film-makers all’interno di una comunità  e permettere che questi la usino per realizzare i loro film o serie tv per poi approfittare dei lavori occasionali che si possono sviluppare sul momento e sfruttare i benefici legati al turismo.
Abbondano sui media storie di sfruttamenti di successo del turismo generato dai film, tuttavia un’analisi più ravvicinata ci rivela che raramente il cinema è la motivazione primaria che muove i turisti, piuttosto esso agisce come una risorsa aggiuntiva che, più che portare nuovi visitatori in un paese, redistribuisce quelli già  esistenti.
Lo conferma una recente ricerca condotta in Nuova Zelanda su “Il Signore degli Anelli” e il turismo: sicuramente il film ha contribuito ad incrementare la conoscenza del paese e a darne un’immagine positiva, ma realizzare questo desiderio di viaggiare e creare conseguentemente un nuovo mercato turistico internazionale non è facile per una destinazione così distante.
Inoltre, esistono poche imprese turistiche nate esclusivamente grazie al film.
La cosa potrebbe essere diversa per l’Europa, ma solo per una questione di rapporti di scala (per quanto riguarda le distanze n.d.r), quindi, sostanzialmente valgono gli stessi principi.
All’interno della negoziazione fra gli stakeholders e la casa di produzione è quindi assolutamente necessario prendere in considerazione la responsabilità  sociale di quest’ultima.
Per esempio, permettendo lo sfruttamento turistico di tutto ciò che ruota intorno al film, contribuendo allo sviluppo di infrastrutture o anche costruendo un rapporto di fiducia con la comunità  all’interno del quale i residenti possano far confluire le loro problematiche.
Se queste condizioni sono rispettate, anche se il film alla fine non genera turismo, non c’è niente da perdere.
Se invece lo produce, questo può essere sviluppato accrescendo la ricchezza della regione e rispettando al tempo stesso l’ambiente e la comunità .


Cinema&Video International                          n.6-7 Giugno/Luglio 2007

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