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direttore Paolo Di Maira

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SALVATORES/L’Italia invisibile

Dopo i banditi urka di “Educazione Siberiana”, girato in inglese con un cast internazionale che comprendeva John Malkovich e Peter Stormare, Gabriele Salvatores torna in Italia. Fra settembre e dicembre usciranno ben due film del regista premio Oscar, “Italy in a day” e “Il ragazzo invisibile”, progetti molto diversi fra di loro.
Abbiamo intercettato Salvatores a Roma in una breve pausa fra due montaggi per parlare di cinema collettivo, produttori italiani e supereroi.

Cominciamo dal tuo film che andrà a Venezia, “Italy in a day”. Lo potremmo definire il figlio italiano di “Life in a Day”, un progetto di ‘social cinema’ lanciato da Ridley Scott in coproduzione con YouTube. L’idea era di selezionare dei filmati amatoriali provenienti da tutto il mondo, tutti girati in un determinato giorno dell’anno, per creare un mosaico cinematografico, un lungometraggio collettivo con montaggio autoriale. Da quando è uscito “Life in a Day”, diretto da Kevin Macdonald, il progetto è diventato una specie di franchise, di cui hanno fatto parte” Britain in a Day” e “Christmas in a Day”. Perché hai deciso di curare una versione italiana?
L’idea era di Lorenzo Gangarossa della Indiana Production, che produce il film. Quando ha capito che si poteva fare con la Rai, mi ha chiesto se la cosa mi poteva interessare. Non conoscevo in realtà il progetto di Ridley Scott, ma dopo aver visto “Life in a Day” e “Britain in aDay”, ho capito che l’idea era molto attuale. Cioè, in un solo giorno, quello che vedi fuori dalla tua finestra, o una tua paura di quel giorno, o un pensiero che ti è venuto in mente, diventa quasi una specie di censimento delle emozioni del paese in questo momento.

Come definiresti lo stato d’animo nazionale che viene fuori dal film?
Mi sono un po’ riconciliato con i miei concittadini italiani, perché da tutte queste immagini, pensieri, riflessioni, viene fuori una grande voglia di vivere, di ripresa, di tenerezza, anche di sentirsi parte di un equipaggio. Spero che qualche politico italiano vedrà il film, perché ti assicuro che dice più di tante cose che si sentono ripetere in televisione.

Gangarossa l’ha definito ‘il primo social movie italiano a livello nazionale’. Lo potremmo chiamare un esperimento di democrazia cinematografica?
Sì, ma attenzione: io non credo che chiunque abbia in mano una cinepresa sia automaticamente un regista.
Ma mi piaceva l’idea che in un’epoca in cui chiunque filma qualsiasi cosa, selezionando le cose che secondo me erano interessanti, avrei potuto provare a fare una specie di seduta di psicanalisi collettiva del popolo italiano, mettendomi a guardare in maniera un pochino distaccata.

Hai avuto contatti diretti con Ridley Scott prima di iniziare il progetto?
Sì, è stato molto carino, mi ha mandato una lettera molto affettuosa facendomi gli auguri. Devo dire però che abbiamo scelto una strada un po’ diversa rispetto a “Life in a Day”. Volevamo staccarci dall’approccio di affresco cinematografico alla Koyaanisqatsi per provare a stare più legati alle singole storie dei personaggi.

Il ‘day’ scelto per il progetto italiano è stato il 26 ottobre 2013. Che tipo di riscontro avete avuto?
Sono arrivati quasi 44.500 video, quindi più di duemila ore di filmato. Per fare un confronto, la versione britannica del progetto, “Britain in aDay”, è stata assemblata sulla base di solo 11,500 filmati, quattro volte meno. Dunque, o noi italiani siamo un popolo di esibizionisti, che un po’ è vero, oppure (ed è vero anche questo) abbiamo molto bisogno di esprimere i nostri problemi, le nostre paure, i nostri desideri.

Passiamo a “Il ragazzo invisibile”, che stai montando contemporaneamente con “Italy in a day”. E’ una produzione importante: un budget di circa 8 milioni di euro per quello che hai definito “il primo fantasy italiano per famiglie”. Il titolo non è allegorico: si tratta della storia di un ragazzo adolescente, non particolarmente brillante a scuola, sfortunato in amore, che un giorno scopre di avere il dono dell’invisibilità. E’ un tema che ci fa venire in mente certi film sui supereroi…
L’idea di fare un film di genere nasce da Nicola Giuliano della Indigo Film. Lui ha dei figli adolescenti e a un certo punto si è chiesto perché non ci sono film italiani che può andare a vedere con loro. Ho proposto allora di fare un film sui supereroi, ma con un’ottica italiana. E Giuliano ha detto, ‘Bene, ma prova ad inventare il supereroe più economico’. Così ci è venuta l’idea dell’invisibilità, che poi in realtà non è economico per niente, costa meno far volare il tuo personaggio.

Quando parli di film sui supereroi ma con ottica italiana, cosa intendi?
Beh, il film parte come la storia normale di un ragazzo ma pian piano diventa un vero film d’azione, però rimanendo legato ai sentimenti di un ragazzo di tredici anni e anche a una poesia quotidiana che è forse più europea, più nostra. In fondo l’invisibilità è qualcosa che tutti noi abbiamo desiderato di avere, oppure abbiamo avuto paura dell’invisibilità perché nessuno ci vedeva, nessuno ci considerava, quindi è quasi un super potere dell’anima.

Mi viene in mente un film come lo svedese “Lasciami entrare”, che si è servito del genere dei vampiri per dire qualcosa di molto profondo sulla solitudine di certi adolescenti.
Hai trovato l’esempio più giusto come riferimento, solo che “Il ragazzo invisibile” è meno inquietante. Si potrebbe tirare in ballo la primissima parte del primo “Spiderman”, quando lui ancora non ha i superpoteri.

Perché hai scelto di ambientare il film a Trieste?
Perché è una città difficilmente riconducibile a un posto da telegiornale. E’ una città meno frequentata, più astratta, sembra una Vienna sul mare. E’ una città sospesa, dove l’inconscio può avere spazio; non a caso è prediletta da psicanalisti e da scrittori come Ippolito Nievo, Svevo, Joyce. E’ anche una città di confine, architettonicamente molto particolare. Non capisci subito dove sei, anche se si parla italiano. Il ragazzo invisibile uscirà l’11 dicembre.

Un film natalizio di Gabriele Salvatores – chi l’avrebbe mai detto?
Quando Rai Cinema e il distributore 01 hanno visto il film hanno detto: “se noi lo facessimo diventare il nostro film di Natale?” A me da una parte faceva un po’ paura, perché giochi proprio in un altro campionato. Ma ci proviamo, ci siamo dentro a combattere, vedremo cosa succede.

Fin dagli anni 80, quando hai fondato la Colorado Film insieme a Maurizio Totti, Diego Abatantuono e Paolo Rossi, ti sei interessato anche alla produzione. Questo per avere più controllo creativo sul prodotto finale?
Il rapporto che cerco con un produttore, che sia mio socio o no, è quello di una collaborazione reale, fin dal concetto di film. Per esempio nel caso di “Il ragazzo invisibile” i produttori Nicola Giuliano e Francesca Cima li ho sentiti molto vicini, molto al mio fianco: questo lavoro mi ha riportato ai tempi del Teatro dell’Elfo, quando decidevamo tutti insieme.

E la produzione cinematografica italiana in generale, a che punto sta?
Secondo me c’è un buon clima di rinnovamento, soprattutto fra i giovani produttori. Oltre alle due società con cui sto collaborando per questi due film, la Indiana e la Indigo, ce ne sono tante altre, da Tempesta di Carlo Cresto-Dina alla Wildside… ecco, ieri sera per esempio, ci siamo incontrati in via Margutta davanti agli studi io, Nicola Giuliano, Mario Gianani della Wildside, Paolo Sorrentino e Saverio Costanzo. Comincia a essere di nuovo com’era negli anni sessanta: io faccio vedere un mio film ad un collega prima ancora che lo veda chiunque altro, per sentire la sua opinione. C’è la voglia di confrontarci, di vedere dove si va. C’è voglia di fare il cinema e non di essere solo un’industria dove si fanno soldi. Io sono ottimista.

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