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direttore Paolo Di Maira

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SALE E STREAMERS / L’eccezione e la regola

La sala è un mondo l’audiovisivo è un altro, non possiamo più mischiarli e pensare di trovare in questo calderone la soluzione ai problemi dell’industria audiovisiva, che, uscita dagli stravolgimenti di pandemia e del conseguente boom delle piattaforme, è ancora in cerca di un nuovo equilibrio: traccia un confine netto Tomaso Quilleri, esercente -direttore del circuito Il Regno Del Cinema– e presidente ANEC Lombardia, nel dibattito sull’eccezione culturale nell’era degli streamers, che ha visto confrontarsi le diverse associazioni di categoria (CNA Cinema e Audiovisivo, Doc.it, Anec, Fice, Agici, Ueci) a Visioni Incontra.
Cinzia Masòtina, responsabile del mercato, ha aperto la discussione citando le recenti polemiche sulla scarsa qualità e iperproduzione del cinema italiano, e  una ricerca sugli spettatori italiani recentemente presentata a Venezia da Istituto Luce-Cinecittà.

“Le produzioni si sono impennate dal punto di vista quantitativo mentre gli incassi nelle sale si muovono in maniera inversamente proporzionale, per questo la sala deve diventare un filtro qualitativo rispetto al prodotto in uscita,” dice Quilleri.

La soluzione di anticipare il filtro a monte della filiera, spostandolo alla fase produttiva, non è quella giusta per Gianluca Curti, produttore e presidente nazionale di CNA Cinema e Audiovisivo: “Non è vero che in Italia si producono troppi film, ma sicuramente occorre dare più tempo per la gestazione delle storie.”

Ma come si fa, ribatte Claudia Di Lascia di Agici, “a gestire le necessità di una sceneggiatura quando in Italia se facciamo una decina di film da otto-dieci milioni all’anno è già tanto. Gli esercenti chiedono prodotti grandi ai distributori. Ma quando un film si può definire grande?”

Altro errore, per Curti, è quello di pensare di definire per legge e finanziare solo i film importanti: “Qual è il criterio? I finanziamenti devono restare larghi, inclusivi, anche se certamente divisi per tipologia di aziende. Dovrebbero esistere quantomeno in tre fasce, produzioni medio-grandi, medio-piccole e start up che dovrebbero avere accesso a fondi diversi e diversi tax credit”

 Sembra che i film di genere siano quelli che fanno alzare gli spettatori italiani dal divano per andare in sala, più delle commedie, che “portano al film solo il 25%, il resto la vede in TV”. Ricorda Masòtina.

E’ una questione di production value, dice Di Lascia, e per questo è fondamentale che i produttori italiani si rendano competitivi attraverso le coproduzioni internazionali, “perché a parte il 40% di tax credit, il restante 60 deve essere sempre trovato sul mercato.”

Franco Bocca Gelsi, presidente di CNA Cinema e audiovisivo Milano e Lombardia, chiama in causa le film commission, puntando il dito sulla mancanza di una strategia nazionale dei loro strumenti di sostegno: “se fanno parte della legge cinema dovrebbero contribuire in modo unitario al rilancio del sistema, e non perseguire finalità indipendenti fra loro e legate alle esigenze regionali, dal turismo alle attività produttive.”

Altro tema fondamentale, per Curti, è la necessità di investire sull’ampliamento delle sale e sulla creazione di esperienze che aiutino a smuovere lo spettatore dal divano: la carenza di sale è il motivo per cui in altri paesi europei un film che pur in Italia è stato un successo di box office come Top Gun Maverick, ha incassato molto di più

“La Spagna è meno popolata di noi, ma ha molte più sale e un film comeTop Gun Maverick ha totalizzato di più “.

La Spagna è però anche il paese – laboratorio delle piattaforme, ricorda il presidente di Doc.it Francesco Virga, “e dove il parlamento ha votato una legge che di fatto cancella il produttore indipendente”. (l’inclusione dei produttori che dipendono dai broadcasters e dalle piattaforme nella definizione di produttore indipendente contenuta nell’implementazione della direttiva che obbliga gli streamers o i broadcasters a investire il 5% nella produzione locale, n.d.r.). Ma in Italia il documentario è il settore che più ha beneficiato della crescita delle piattaforme: 

“Il loro arrivo ha paradossalmente dato un nuovo dinamismo al documentario, un boom che sicuramente deve essere regolamentato, ma che è merito del fatto che sia un settore centrato sui produttori indipendenti, che siano arrivati capitali esteri, che si sia fatta una politica abbastanza chiara, e si sia investito sui talenti, cioè sulle scuole, sui festival e sulle opere prime.”

La provocazione finale arriva da Maurizio Sciarra, che lamenta la mancanza di prodotto nelle sale, ed è rilanciata da Cinzia Masòtina che prova a interrogare gli esercenti sulla libertà che hanno nella loro programmazione.

Tema complesso, e che chiede necessariamente una differenziazione a seconda della tipologia di sale di cui si parla.

Raffaele Pagnotta, esercente (proprietario del Torre Village di Benevento e del Multisala Partenio di Avellino e associato sia Aeci che Anec), specifica che le associazioni chiederanno al governo nuove regole, sia sul tax credit per produzione ed esercizio, sia per il sostegno vero e proprio delle sale cinematografiche. E annuncia la costituzione di un gruppo (di cinema multisala) che riunisce oltre 300 schermi e vuole affacciarsi sul mercato nazionale e internazionale: la presentazione ufficiale fra qualche mese.

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