direttore Paolo Di Maira

Parlano i senatori Pellegatta, Gagliardi e Colasio

di Elisabetta Brunella


Che spazio ha la promozione del cinema italiano all’estero nei disegni di legge il cui iter parlamentare è iniziato lo scorso 25 luglio?
Cerchiamo di scoprirlo leggendo parallelamente le tre proposte e parlandone con i loro firmatari.
Pur presentando differenze quanto ai contenuti e, in modo forse ancora più netto, all’ampiezza e allo stile (per esempio quello di Rifondazione Comunista è più prescrittivo, mentre quello dei Comunisti Italiani privilegia i principi), i tre testi condividono un chiaro richiamo al rilievo internazionale della cinematografia italiana.
Hanno in comune anche il fatto che, se si cercano strumenti che incentivino specificamente la circolazione dei film italiani all’estero, non si incontra altrettanta chiarezza.
Il testo dei Comunisti Italiani prevede che l’istituendo “Centro nazionale per lo sviluppo dell’arte cinematografica” abbia tra i suoi compiti quello di “promuovere la presenza delle opere di produzione italiana nel mercato internazionale”.
Sul fatto che non siano indicati strumenti ad hoc, la Sen. Pellegatta, prima firmataria, osserva che “la filosofia generale è che il Centro, dove decidono insieme Stato Centrale, Regioni e operatori del comparto cinematografico, possa dotarsi anche di strumenti che non per forza devono essere previsti dalla legge.
Troppo spesso la volontà  di regolare con uno strumento rigido come una legge ha rallentato e non promosso l’innovazione. Una legge che regolasse ogni aspetto della materia non farebbe che una fotografia del presente, senza poter prevedere casistiche oggi impreviste”.
Misure intese ad agevolare la diffusione del cinema italiano all’estero si possono collocare in quelle azioni a carattere più generale che la Sen. Pellegatta definisce “leve da porre in essere da subito: il supporto selettivo al lancio sul mercato nazionale ed estero, una assidua azione di promozione e la creazione di un canale di distribuzione a basso costo che consenta ai nostri operatori di compiere il salto verso i nuovi media transnazionali, come internet, con pochi investimenti e in un contesto sicuro.
Queste tre azioni attingono a fondi diversi: la prima all’attuale FUS, che deve diventare un fondo autonomo per il cinema, con una dotazione minima equivalente a quella del 2001, integrata da un prelievo dell’1% su ogni transazione avvenuta sulla singola opera.
Il secondo strumento è finanziato con le risorse ordinarie del Centro, mentre il terzo ha un finanziamento specifico di un milione di euro.
” Questo DDL introduce il cosiddetto “registro cinematografico” descritto come “una vera e propria carta di identità  di ciascun film distribuito in Italia” e inteso come “strumento per la trasparenza del mercato”.
Tra i suoi contenuti “i contratti” inerenti a ogni film.
Tra questi figureranno anche quelli per la cessione dei diritti di sfruttamento all’estero?
La risposta della Sen. Pellegatta è affermativa: “la disponibilità  di questi dati consentirà  una fotografia dello stato del cinema nazionale, sia sul mercato interno sia sul mercato estero”.
Benché non si tratti uno strumento diretto di promozione del cinema italiano all’estero, questa iniziativa potrebbe costituire l’inizio del monitoraggio della diffusione del cinema italiano all’estero di cui sarebbe indispensabile che sia l’industria sia le istituzioni disponessero, sia per affinare le proprie strategie sia per controllare i risultati dell’eventuale contributo pubblico per la promozione all’estero.

A colmare la lacuna di dati che non consente all’Italia di rispondere a domande quali: quanti spettatori ogni anno per il cinema italiano nelle sale fuori dall’Italia? quali ricavi dalla cessione dei diritti per lo sfruttamento su altri mezzi, come home-video, pay tv etc?, a differenza di quanto avviene per esempio in Francia, tende la proposta di Rifondazione Comunista che prevede che il Centro Nazionale per la Cinematografia “al fine di monitorare il settore cinematografico nazionale in funzione del suo sviluppo imprenditoriale, della sua caratterizzazione qualitativa, nonché del suo ruolo culturale nel Paese e all’estero, istituisca un apposito Osservatorio”.
Chiede inoltre che “al fine di monitorare le condizioni del mercato e di valutare l’efficacia complessiva dell’intervento pubblico a favore della cinematografia, il CNC rediga una relazione biennale sulla situazione del sistema cinematografico nazionale nel contesto europeo e internazionale, basata su una ricerca di mercato che consenta anche un’articolata valutazione dell’efficacia dell’intervento dello Stato nel settore, attraverso indicatori quantitativi e qualitativi.”
Sembra apprezzabile l’idea di dare una periodicità  a questo tipo di indagini visto che in Italia i pochi tentativi di sopperire alla mancanza di dati oggettivi sull’andamento del cinema hanno comunque finora sofferto di una discontinuità  temporale che ne ha minato l’efficacia.
Sul piano degli strumenti, il testo che ha come primo firmatario il Sen. Russo Spena, è piuttosto chiaro anche su chi debba realizzare quel compito dello Stato che consiste “nel promuovere la circolazione e la distribuzione in Italia e all’estero della produzione cinematografica nazionale”.
Se ne occuperà  Filmitalia Spa, il cui coordinamento e definizione degli indirizzi spetterà  al Centro Nazionale per la Cinematografia, concepito qui come l’organismo che dovrà  ereditare le competenze e le funzioni attualmente attribuite alla Direzione Generale per il Cinema.
La proposta di Rifondazione Comunista lascia intendere in più punti che contributi, anche in forma automatica, sarebbero indirizzati alla distribuzione all’estero.
L’art. 9 prevede, infatti, tra i potenziali beneficiari del Fondo per Il Cinema anche le imprese di esportazione, anche se non sono poi esplicitate le modalità  e le condizioni dell’accesso a questi incentivi. L’art. 17 parla esplicitamente di sostegno alla “distribuzione in Italia e all’estero”, pur se  le modalità  di attribuzione di questi contributi sembrerebbero di fatto riferirsi solamente alle imprese che distribuiscono film italiani e europei in Italia.
Non si parla infatti degli esportatori (né sembrerebbe pensabile che il testo alluda ai distributori esteri che diffondono i film italiani nei rispettivi territori).
Ma l’obiettivo sembra chiaro (anche se lo era forse ancor di più nella precedente versione del DDL di Rifondazione Comunista che all’art. 7 prevedeva un contributo automatico da erogarsi in misura proporzionale al numero di biglietti realizzati all’estero dai film di interesse culturale nazionale).


Per la Sen. Rina Gagliardi “si tratta di affrontare un problema denunciato da tutto il settore, cioè la difficoltà  di far circolare all’estero un cinema come quello italiano che, dopo decenni in cui si promuoveva quasi da solo, si è trovato in uno stato di crisi non solo finanziaria, ma anche organizzativa e culturale.
Si è infatti cristallizzata una concezione vecchia: chi produce non si occupa della commercializzazione.
Si tratta perciò di mettere in moto, oltreché delle risorse più importanti, una mentalità  e dei meccanismi nuovi: questo è lo spirito che informa il DDL di Rifondazione”.


La questione delle risorse, unita a quella della razionalizzazione degli strumenti, è centrale per Andrea Colasio, firmatario del DDL abitualmente citato col suo nome e con quello della Sen. Franco.
“Se vogliamo che il cinema italiano all’estero smetta di avere una presenza marginale, dobbiamo innanzitutto mettergli a disposizione delle risorse aggiuntive: è questo il senso della tassa di scopo che, anche con un’incidenza leggera su coloro che vi saranno soggetti, avrà  un peso importante sullo sviluppo del settore.
Anche nel campo della promozione all’estero è essenziale che si accorcino le distanze con la Francia, che stanzia per Unifrance un budget 7 o 8 volte superiore a quello che si fa in Italia.
E poi bisogna razionalizzare le strutture, fondendo la Direzione Generale Cinema e Cinecittà  Holding.
Per la visibilità  all’estero bisognerà  puntare sulla forza del marchio Cinecittà  e assicurare una presenza adeguata a festival e mercati, cercando il collegamento con le aree trainanti del made in Italy e mirando ai territori più sensibili a quanto viene dall’Italia.”
Nel DDL dell’Ulivo, che tra i principi prevede quello di “favorire la nascita di una cultura cinematografica europea” e tra i compiti della Repubblica quello di promuovere “la circolazione e la distribuzione della produzione cinematografica ed audiovisiva, italiana ed europea, in Italia e all’estero”, gli strumenti che riguardano tali obiettivi si trovano negli artt. 16 e 19.
In questo la “promozione e valorizzazione” del cinema italiano è vista sia in direzione del pubblico nazionale sia di quello internazionale, con un approccio prevalentemente di tipo culturale.
A condurre le iniziative in questi ambiti sarebbero “soggetti pubblici e privati senza scopo di lucro” che possono accedere a contributi per tutta una serie di azioni in sostanziale continuità  con quelle attualmente sostenute dalla Direzione Generale Cinema.
Più mirati agli aspetti industriali sono invece i contributi che verrebbero concessi “” secondo quanto previsto all’art. 16 “” alle imprese di esportazione per la distribuzione all’estero di opere di nazionalità  italiana.
Tali contributi sarebbero proporzionali alla cessione dei diritti ad imprese estere, nonché agli incassi realizzati all’estero dalle opere medesime.
In questo approccio sembra quindi emergere un punto di convergenza tra la proposta ulivista e “” se non la lettera – almeno lo spirito del testo di Rifondazione citato sopra.
In sintesi:anche se non si può dire che la promozione del cinema italiano all’estero sia l’enfant chéri dei tre DDL, si può registrare una comunanza nella volontà  di uscire da una situazione che tutti concordano nel giudicare totalmente inadeguata non solo al prestigio del passato ma anche alle potenzialità  del cinema italiano attuale. Sicuramente lodevole il tentativo di dotarsi di strumenti per monitorare il mercato e liberare il giudizio sulle sorti del cinema italiano dalla sensazione del momento, auspicabile invece che sul fronte degli strumenti si faccia uno sforzo di concretezza e di capacità  di innovazione, magari partendo da formule sperimentate con successo altrove.


Cinema&Video International       n. 10-11 Ottobre/Novembre 2007

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