direttore Paolo Di Maira

MASINI (RAI FICTION)/ A lezione dal Doctor House

Sono fermamente convinta che gli sceneggiatori debbano conquistare ancora spazio, sia in termini formali (può accadere per esempio che il riconoscimento del loro ruolo nei titoli di testa venga messo in ombra dal nome del regista, in conseguenza di una visione autoriale propria di una certa tradizione italiana) sia in termini sostanziali”. Ne è convinta Paola Masini, capostruttura di RaiFiction, che aggiunge: “E’ importante che lo sceneggiatore venga ascoltato anche nelle fasi successive alla scrittura, e la sua presenza può essere fondamentale sul set e in fase di montaggio. Naturalmente questo è possibile quando c’è una volontà  di collaborare e quando, soprattutto in questo momento di crisi economica, il coinvolgimento nelle fasi successive alla scrittura vera e propria non comporti costi aggiuntivi. Va detto che ci sono sceneggiatori disponibili a riscrivere fino all’ennesima stesura e ce ne sono altri che, dopo la prima o la seconda revisione, chiedono ulteriori compensi per continuare il lavoro. (E spesso sono coloro che guadagnano di più ad avanzare queste pretese.)”


La proposta del “Created by” fa leva anche su un dato oggettivo, quello dell’erosione degli ascolti.


“Nell’ultima stagione effettivamente c’è stata un’erosione del pubblico della fiction, che però è innanzitutto conseguenza dell’erosione del pubblico delle reti generaliste da parte di Sky. Questo ci spinge ovviamente a pensare in termini di rilancio, ma non credo che i problemi si risolverebbero con l’introduzione meccanica di una figura, quella dello show runner, nata peraltro in un mondo in cui il sistema delle relazioni fra le varie professionalità  ed i rispettivi ruoli nella filiera produttiva è molto diverso dal nostro”.


La questione è di fondo, secondo Paola Masini, e va affrontata a partire dalla selezione delle idee e dalla scelta dei progetti.


“Se guardo al mondo creativo con cui mi confronto continuamente, mi sembra di poter affermare che dalle difficoltà  che oggi viviamo stiano nascendo comunque nuovi fermenti, stanno girando idee e c’è anche la voglia di realizzarle in modo nuovo . Dobbiamo cercare di essere coraggiosi nell’innovazione; sempre tenendo conto di quello che è l’andamento degli ascolti, termometro del consenso del pubblico. Non basta limitarsi a constatare che sono diminuiti di alcuni punti, bisogna capire il perché: a volte possono essere proprio i prodotti innovativi a deluderci sul piano dell’ ascolto (anche perché in fase di lancio hanno bisogno di un’attenzione particolare nelle strategie di promozione e di palinsesto, cosa che esigenze più generali non sempre consentono)”.


“”˜Doctor House’ potrebbe essere un esempio per noi : la natura stessa del racconto richiede in realtà  bassi costi di produzione , e il protagonista all’inizio non era una star; il grande successo di questa serie è legato essenzialmente alla scrittura.


Valga per tutti noi in questo periodo di restrizione dei costi: se non si ha un grande budget a disposizione, è meglio calibrare il concept su di esso, piuttosto che essere costretti ad aggiustare il tiro in fase di produzione.” Per quanto riguarda il contenimento del tempo che intercorre fra scrittura e messa in onda, che un sistema produttivo incentrato sullo show runner garantirebbe, continua Paola Masini:


“Certo non abbiamo i tempi di realizzazione degli americani e questo si può e si deve migliorare; non credo però che il problema della lunghezza dei tempi dello sviluppo possa essere imputato ai network. Noi siamo il committente, se dovessimo solo approvare la sceneggiatura finale, allora saremmo anche liberi di bocciarla: come ha sottolineato Paul Abbott negli incontri alla Casa del Cinema, non si può pretendere che il network semplicemente metta i soldi all’inizio e poi sparisca. Il vero motivo dei nostri tempi di sviluppo talvolta molto lunghi sta nel fatto che spesso manca una visione comune e condivisa del progetto. Accade che, partendo dal concept, ognuno si immagini il proprio film e pretenda di imporre la propria visione, senza apertura al dialogo ed al confronto. Si creano situazioni in cui dobbiamo essere noi a mediare fra sceneggiatori, registi e produttori. Credo che il miglior modo per risparmiare tempo sia essere d’accordo fin dall’inizio, nella fase fondante del progetto, sugli elementi che devono caratterizzare il prodotto, e l’adesione convinta al progetto così come viene concepito deve essere considerata necessaria per tutti coloro che prendono parte all’impresa. E’necessario pensare al film o alla fiction come a un’opera davvero collettiva.”

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