direttore Paolo Di Maira

MARTHA IS DEAD / Toscana, specchio dei personaggi

Utilizzare il territorio come canovaccio per raccontare storie, in parte ricreate, in parte trovate sul territorio e scaturite da location anche inedite e meno scontate.

E’ questo il lavoro che sta dietro allo sviluppo dei giochi dello studio fiorentino LKA, attualmente impegnato nella realizzazione di Martha is dead, un thriller psicologico ambientato nel 1944 nella Toscana divisa in due dalla linea gotica, schiacciata fra i tedeschi e gli alleati.
Il gioco inizia con un omicidio, le cui indagini sveleranno elementi della storia della giovane protagonista, permettendo di osservare le conseguenze della guerra sulla vita quotidiana di una famiglia di questo periodo.

Luca Dalcò, CEO di LKA, ne ha parlato assieme a Stefano Petrullo, CEO & Founder di Renaissance PR, che cura anche a comunicazione del gioco, edito dallo studio inglese Wired Productions.

“Martha is dead” arriva dopo The Town of Light, ambientato nell’ex manicomio di Volterra, e ne eredita il lungo lavoro di ricerca, capitalizzandolo:

“Se nel primo caso le tinte horror/thriller sono generate dalla questione della malattia mentale, in questo caso si tratta di un thriller più di intrattenimento, più aperto, dove comunque resta presente la componente psicologica.”
Spiega Dalcò, evidenziando poi il ruolo da protagonista, in entrambi i casi, del territorio toscano:
“in un videogioco narrativo l’ambientazione è, se si vuole, ancora più importante che in un film perché il giocatore vive il territorio facendone esperienza diretta, esplorandolo in prima persona, senza la guida di un regista. Da qui è nata la volontà, trattandosi di racconti psicologici, di fare dei luoghi lo specchio dell’interiorità dei protagonisti. In “The Town of light” i paesaggi ridenti e primaverili diventano il riflesso della gioventù, della forza della protagonista, mentre i casermoni decadenti del manicomio sono ombre scure, metafore della parte tormentata della sua interiorità.
Il territorio toscano, fra l’altro, corrisponde ad un immaginario mondiale, ma, come per l’Italia in generale, è molto più di questo: ti sorprende se lo esplori perché esistono tanti rovesci della medaglia, i tanti posti abbandonati e affascinanti ad esempio, come lo stesso manicomio di Volterra, l’ospedale psichiatrico a Lucca, villa Sbertoli a Pistoia, Col di Favilla in Garfagnana, Formentara…”

E’ inoltre, di grande interesse, concordano i due interlocutori, la possibilità di lavorare con luoghi reali: “dire che la storia è ambientata in un posto reale, dà un enorme valore aggiunto, tant’è che molti film horror spesso lo millantano nei crediti inziali per accrescere l’ appeal del racconto” dice Dalcò.
Senza contare, aggiunge Petrullo, “le difficoltà che si incontrano quando si decide di ricreare città che non esistono, con la necessità di coinvolgere esperti di urbanistica ad esempio…”

Dalcò sfata infine il mito della difficoltà dei rapporti con le istituzioni: “la nostra esperienza è stata tutt’altro, sia con Volterra e adesso con ‘Martha’: entrare in relazione con un luogo significa accedere ad un mondo che ti apre a una miriade di altre storie, che arricchiscono la tua.” E ne sono arricchite a sua volta, conclude, citando la onlus Inclusione Graffio &Parola, che a Volterra si occupa di gestire ciò che resta dei padiglioni, organizzando visite, che dopo l’uscita di “The Town of Light” sono cresciute, fino ad arrivare ad un traffico di circa 300 persone al mese.

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