direttore Paolo Di Maira

LUOGHI D’AUTORE/ Storie al 45° parallelo

 di Davide Ferrario


All’inizio di Dopo mezzanotte, la voce narrante di Silvio Orlando recita: “Forse sono i luoghi a raccontare le storie meglio dei personaggi”. E’ un pensiero che metterei ad epigrafe di gran parte dei miei film, non solo Dopo mezzanotte, in cui il quarto protagonista “” insieme con Giorgio Pasotti, Francesca Inaudi, Fabio Troiano “” è evidentemente la Mole Antonelliana con il suo Museo del Cinema.


Credo che tutti i miei film più riusciti (almeno quelli a cui io tengo di più) siano profondamente influenzati dalle loro location: dalla pianura padana notturna di “La fine della notte” alla Torino riscoperta di “Tutti giù per terra”, dal rapporto nord-sud di “Figli di Annibale” alla claustrofobica ambientazione da pornoset di “Guardami”. Per non parlare dei documentari. “Lontano da Roma”, una pioneristica descrizione della Lega Nord (1991), indica fin dal titolo una ricognizione geogra- fica più che politico-sociale. Più avanti, la trilogia dei documentari sulla Resistenza (“Materiale resistente”, “Partigiani”, “Comunisti”) deve moltissimo al rapporto con un territorio e una città : Correggio.


Infine, c’è il filo rosso del quarantacinquesimo parallelo che lega tantissimi miei lavori: dalla prima sceneggiatura che ho scritto nel 1986 a due documentari che proprio alle divagazioni intorno a quel parallelo si ispirano, “Sul quarantacinquesimo parallelo” e “Mondonuovo” (2002), da non confondersi col quasi omonimo (o speculare?) film di Crialese di quest’anno… In questo senso “La strada di Levi” è un po’ una summa di tutto quello che ho fatto prima “” e non è certo un caso che a un certo punto delle riprese mi sia apparso in mezzo alla pianura romena un monolito comunista che indicava il passaggio del quarantacinquesimo parallelo proprio in quel punto…. (se uno si chiede perchè del mio interesse per questa idea geografica, potrei rispondere banalmente che su quel parallelo ci sono nato “” a Casalmaggiore, provincia di Cremona – e ci abito “” a Torino. Ma in realtà  il fascino nasce dalla particolare collocazione di quella linea, all’esatta metà  dell’emisfero nord, quarantacinque gradi dal Polo e quarantacinque dall’Equatore…).


“La strada di Levi” era una magnifica sfida per il suo significato, per la possibilità  di misurarsi con Primo Levi, uno dei classici del nostro tempo, uno dei pochi intellettuali italiani che hanno segnato il Novecento. Ma era anche l’itinerario di un affascinante viaggio in luoghi in cui altrimenti non avrei mai pensato di andare. Perchè, devo confessarlo, io non sono affatto un viaggiatore.
Sono lontanissimo dall’idea di andare a visitare posti remoti e sconosciuti.
Sono indifferente alle tentazioni dell’Oriente e dell’esotico in generale. In linea di massima, considero ogni spostamento da casa una necessità  da sopportare.


Ma se devo girare un film, allora sì che sono pronto ad andare in capo al mondo.


Perchè, come ho detto, sono i luoghi che fanno i film. Lo so che dico una cosa provocatoria, ma posso benissimo fare un film senza sceneggiatura, basta che ci sia la location giusta e che sappia che musica metterci.



In realtà , “Dopo mezzanotte” è stato fatto esattamente così. Che poi abbia ricevuto le nomination alla sceneggiatura per i David di Donatello e per i Nastri d’Argento e che abbia addirittura vinto il Diamante del Cinema Italiano proprio per lo script, non è contradditorio. Dimostra anzi proprio la mia teoria.


Poco importa se lo spettatore (o il critico) scambiano per sceneggiatura quello che è in realtà  un lavoro di messa in scena.
Per me vuol dire che il film funziona a partire proprio dalla sua ambientazione.
Non a caso sono i sopralluoghi il momento del mio lavoro che preferisco (insieme al montaggio). E’ nei sopralluoghi che il film che ho in mente prende forma, diventa immagine oltre il groviglio narrativo. E sempre succede che siano i luoghi a dettarmi che scene girarci e non viceversa.


Odio l’idea di trovare il set “giusto” per l’eventuale pagina scritta. E’ la storia che deve adattarsi ai luoghi, così come nella vita noi ci adattiamo all’ambiente che viviamo e traiamo senso e identità  da quello “” non viceversa.



Da questo punto di vista “La strada di Levi” è stata un’esperienza “” anche umana “” fantastica. Lungo 6000 kilometri e una dozzina di frontiere, il mondo cambiava in continuazione e costringeva tutti noi a riadattare quelli che consideravamo standard condivisi. Eppure eravamo ancora in Europa, non in un altro continente. E proprio su quella parola “” Europa “” il film si interroga continuamente. Infine, un’ultima considerazione, diciamo così, commerciale. Sappiamo quanto sia difficile vendere i film italiani all’estero.


Eppure se parli con i distributori stranieri, l’interesse per il cinema italiano è sempre alto. Già : ma “” per parafrasare Raymond Carver “” di cosa parliamo quando parliamo di Italia? Per gli stranieri si tratta quasi sempre di un’Italia morta e sepolta, quella della grande stagione post-bellica, fino agli anni sessanta.
L’Italia contemporanea è un soggetto di ben poco interesse.


Eppure, nel suo piccolo, “Dopo mezzanotte” è stato venduto theatrical in tutto il mondo (grazie anche all’eccellente lavoro di Adriana Chiesa). Perchè, mi sono chiesto? Perchè un tale successo per un film che “” mostrato in anteprima ai distributori italiani “” suscitava in genere il commento. “Questo fuori Torino non lo vede nessuno…”? Io una risposta, al di là  del valore o meno del film, me la sono data. “Dopo mezzanotte” (così come in un certo senso “La strada di Levi”, che all’estero sta andando benissimo) è un film italiano “inconsapevole”. Non parla di grandi temi sociali o propone clamorose visioni storiche sul nostro paese, ma è fedele a un luogo.


Quello che in Italia all’inizio era stato scambiato per un limite provincialistico, è in realtà  la base della sua forza internazionale. Se un merito ce l’ho, è di aver costruito Torino come un luogo cinematografico.
Ma, come dire, guardando verso l’interno, piuttosto che verso l’esterno. Con umiltà , sincerità  e vero amore per Torino. E’ questo sentimento che è passato dovunque, da Tokyo a New York a Parigi. Perciò, se finora ho parlato da regista, lasciatemi concludere da produttore indipendente con uno slogan di qualche anno fa che forse potrebbe essere la chiave del rilancio del cinema italiano: think globally, act locally.


Cinema&Video International   11/12-2006

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