direttore Paolo Di Maira

LA PROPOSTA/Un codice di autoregolamentazione

La ragione per cui al territorio e alle sue film commission lo Stato debba ormai attribuire un ruolo non puramente sussidiario ma complementare, è nei fatti: a fronte di un sempre minore apporto diretto da parte dello Stato, crescono in numero e in dotazione i Fondi Regionali.
In Italia sono quasi sempre le Film Commission a gestire i Fondi, e questo è un bene (anche se costituisce una peculiarità tutta italiana) perché nei rari casi in cui ciò non avviene diminuiscono considerevolmente l’ efficienza e la trasparenza. Ma questo porta spesso i potenziali utenti – i produttori audiovisivi – a misurare la professionalità delle Film Commission con il metro della dotazione finanziaria del Fondo. E questo non è un bene.

La digressione sui Fondi porta ad interrogarsi sul ruolo delle Film Commission.

Con una definizione ampia – agenzie di attrazione territoriale – si comprendono strumenti diversi attraverso cui esercitare tale attrattività, che variano a seconda della vocazione che il territorio ha scelto di darsi.
Non solo i Fondi, ma soprattutto la quantità e la qualità dei servizi offerti fanno la differenza in un panorama estremamente eterogeneo delle film commission italiane, che concerne la diversa figura giuridica (dalla Fondazione all’Associazione Culturale), ma anche, appunto, le funzioni, i servizi offerti e la loro qualità.
Il bisogno di mettere ordine nella crescita disordinata di questi organismi credo sia un segno di maturità, e anche se non c’è unanimità (c’è chi teme che la produzione di nuove regole soffochi l’autonomia delle Film Commission), è questa la strada che, almeno ufficialmente, sta imboccando l’Associazione.
Esistono al momento regole molto generali, mutuate dalla più autorevole AFCI (l’associazione internazionale dei film commissioners), quali l’obbligo del legame con l’ente territoriale pubblico e della gratuità dei servizi offerti (che tra l’altro

non sempre sono rispettate), che tuttavia credo non possano essere sufficienti per andare ad una negoziazione con l’amministrazione centrale.

Credo che il percorso che porta al “riconoscimento” delle Film Commission debba necessariamente passare attraverso la costituzione di un codice di autoregolamentazione che contenga, oltre alla definizione dell’ambito territoriale delle Film Commission, che dovrebbe coincidere con quello delle Regioni, anche la definizione degli standard qualitativi dei servizi offerti.
a dispositivi premianti per chi è dentro.E’ un grande lavoro, difficile, perché, non affidandosi a prescrizioni esterne, deve approdare a scelte condivise e dunque affrontare e comporre visioni differenti e qualche volta opposte. Un lavoro che però farebbe fare un enorme salto di qualità non soltanto all’associazione ma alle stesse film commission, messe nella condizione di “correre” con il conforto delle regole.
In sostanza, credo che per le Film Commission – proprio perché sono, come spesso dicono i produttori, l’unica vera novità nel panorama audiovisivo italiano degli ultimi tempi – si possa immaginare un percorso nuovo: anziché invocare nuove leggi, si diano esse stesse le regole alla cui osservanza subordinino l’appartenenza all’associazione. E vadano al confronto con l’amministrazione centrale puntando a una forma di riconoscimento che non preveda sanzioni per chi è fuori dalle regole, m

In questo modo un marchio di qualità, un label, identificherebbe le Film Commission che lavorano bene (non uso volutamente il termine “virtuoso”, ormai svuotato di senso).
Solo a loro lo Stato dovrebbe riconoscere non denaro ma una serie di benefici ugualmente quantificabili.
Quali? Qui occorre la fantasia dei film commissioners. A me ne viene in mente uno, a mo’ di esempio: le Film Commision contrassegnate dal label potrebbero garantire agli utenti produttori l’accesso, in tempi rapidi e senza costi – ai luoghi- location di competenza delle Sovrintendenze alle Belle Arti. Dal momento che girare in questi luoghi ha un costo, quella film commission che è in grado di eliminarlo aumenterebbe certamente la sua attrattività.

Per concludere, quanto scritto vuole essere un piccolo ma sincero contributo, nel rispetto di figure e competenze cui è data la responsabilità delle Film Commission. In altre parole, non voglio insegnare un mestiere che non è mio. Vorrei però fosse accolto lo spirito che ha animato queste riflessioni: credo che si debba tornare a essere realisti, e chiedere l’impossibile.

 

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