direttore Paolo Di Maira

IPPOLITI/Ambizioni realistiche

La ricerca sembra essere propedeutica ad un più organico rapporto tra amministrazione centrale e territorio, attraverso le Film Commission. L’Associazione delle Film Commission Italiane cosa propone?
Vorremmo condividere con il MiBACT alcuni criteri di definizione delle Film Commission: cosa sono, che caratteristiche devono avere, evitando, però, di chiedere il riconoscimento giuridico dell’associazione che ne comprometterebbe l’agilità, la snellezza. Vogliamo trovare un modo per salvaguardare soprattutto gli utenti, metterli nelle condizioni di individuare chi è Film Commission e chi no.

Ma questi standard non dovrebbero essere definiti al vostro interno?
Attraverso iniziative di autoformazione, il coordinamento ha portato, negli ultimi anni, a un innalzamento di competenze e servizi erogati, e ha accresciuto le conoscenze di buone pratiche. Uno standard minimo comune è già stato raggiunto e condiviso. Il punto è adottare uno standard che regoli i rapporti con i terzi e abbia la forza di affermarsi.

Però le differenze rimangono. E in ogni caso, dal punto di vista dei produttori, la presenza o meno del Fondo, e la relativa entità, fanno certamente la differenza
Questo dipende dalla scelta delle rispettive amministrazioni. Siamo vicini a poter dire che non c’è regione dove non ci siano buone risposte, servizi efficienti. A noi tutti piacerebbe separare la parte standard del mestiere di Film Commission dai Fondi.
Personalmente, penso che i Fondi siano spesso un elemento che droga il mercato. Sarei felice se tutte le FC avessero un Fondo Cinema abbastanza simile, in modo che la scelta del produttore potesse dipendere unicamente dalla professionalità e dalle esigenze della storia. Questo, mi rendo conto, in un mondo ideale. Nella pratica bisogna trovare un equilibrio.

Un equilibrio difficile, perché ogni territorio, legittimamente, coltiva le sue ambizioni.
Benissimo coltivare le ambizioni, ma credo che si debba nello stesso tempo essere realisti. Non si può pensare che in Italia si possano ave- re distretti di produzione audiovisiva in ogni regione. A Roma c’è il cuore di questo mestiere, c’è tutto; a Milano c’è una realtà relativa alla produzione pubblicitaria e televisiva… non ha senso che ognuno voglia la propria piccola Cinecittà.
Penso piuttosto che ogni regione dovrebbe specializzarsi in qualche ambito cercandolo nella propria storia, nella propria vocazione

Può farmi un esempio?
Posso parlare della mia Toscana: qui non si può dire, come invece si può dire per una regione come il Lazio, che l’audiovisivo è già una risorsa strategica per la regione, perché non è vero. In Toscana, dove il Fondo Cinema impiega risorse che vengono dal turismo, puntiamo alla promozione del territorio; quindi, coerentemente, si privilegiano, come requisito di valutazione, le riprese in esterno. Però, possiamo riconoscere alcune vocazioni territoriali, come per esempio le competenze della ricerca nel campo ICT dell’area pisana o le tante competenze artigianali esistenti in Toscana, da tentare legittimamente di ricollocare in ambito audiovisivo.

Però ci sono regioni che puntano a favorire l’insediamento di imprese, come l’Alto Adige.
L’Alto Adige è una delle regioni italiane che più lavora con altri mercati, oltre a quello italiano. Lì ha un senso che la BLS incentivi la localizzazione di aziende tecniche.

Ci sono anche regioni come Piemonte e Friuli Venezia Giulia dove si favorisce la crescita di un tessuto produttivo, e una regione come la Liguria dove oltre all’attrazione delle produzioni, si punta alla formazione.
La Liguria fa benissimo, e penso che in ogni regione si dovrebbe agire sulla formazione professionale. Le Film Commission devono essere sollecitatrici di creatività e talenti.
Il Piemonte raccoglie i frutti di un lavoro di lunga lena e precursore rispetto ad altri tentativi, e qualche risultato nella costruzione di imprese di settore lo ha raggiunto. Il Friuli Venezia Giulia è una realtà che si affaccia su altri Paesi, come BLS, e può essere in grado di rispondere ad alcune effettive necessità dell’area dell’Europa centro orientale.

Il panorama non è omogeneo, ma vitale. Non crede che troppo realismo possa appiattire l’offerta?
Nessuno di noi film commissioners vuole mestamente limitarsi a fare solo sportello d’accoglienza. Per realismo intendo: avere consapevolezza che occorre un quadro strategico nel quale muoversi. Per questa ragione, momenti di confronto a livello nazionale sotto l’egida del MiBACT sarebbero sacrosanti: per una singola FC può essere difficile affrontare da sola il proprio decisore politico e indurlo a rinunciare a qualche sogno che in buona fede ritiene realizzabile.

Lei pensa a una cabina di regia, sotto l’ala del MiBACT?
Diciamo un gruppo di lavoro, dove siano presenti Stato, Regioni, produttori e film commissions; con l’obiettivo di capire in che direzione sia meglio andare, e condividere un piano strategico per i prossimi 5 anni. Il Ministero non dovrebbe farsi tirare da un settore o dall’altro, ma dovrebbe incoraggiare una discussione che abbia come obiettivo uno sviluppo armonioso, come del resto ci sembra che stia facendo.

Questa “coralità” potrebbe però indebolire lo stimolo della concorrenza
La concorrenza è una bella cosa, ma andare ognuno per conto proprio, senza un disegno organico, significa sprecare energie e risorse. Faccio un esempio che può essere virtuoso: la Fondazione Sardegna Film Commission sta lavorando al tema dell’ ecosostenibilità nel cinema inserendosi in un più vasto progetto regionale.
Sta elaborando un protocollo di buone pratiche, un lavoro pionieristico che sarà utile a tutti. Sarà, per esempio, più facile pubblicare una green guide, una sorta di pagine gialle con i fornitori di materiali ecologicamente sostenibili. Sostenibilità ambientale significa, anche, innovare il processo produttivo, significa anche trovare mestieri nuovi.

Concludiamo tornando ai produttori: Francesca Cima di Indigo Film ha detto in un recente convegno che il ruolo delle Film Commission dovrà essere sempre più quello di fare scouting sul territorio, farsi collettori di investimenti privati. Schematizzando: passare dal dare soldi a indicare dove trovarli.

Sono pienamente d’accordo. Proprio in questi giorni sto facendo un giro tra le imprese del territorio, iniziando da quelle con le spalle larghe. Vorrei, in un futuro prossimo, poter alzare il telefono e parlare con loro sicura che già conoscono meccanismi come tax credit e product placement. Vorrei poter offrire ai produttori un elenco ragionato delle imprese del territorio, interessate a valutare investimenti nel settore audiovisivo.

Il raggio d’azione delle Film Commission diventa sempre più ampio
Certamente. Vorrei aggiungere, in conclusione, che con la nostra conoscenza del territorio siamo anche in grado di aiutare il sistema Italia a proporsi meglio all’estero. Ciò vuol dire interagire, per esempio, con l’ICE nella preparazione delle missioni promozionali.

Articoli collegati

- Sponsor -

FESTIVAL - MARKET

- sponsor -

INDUSTRY

- sponsor -

LOCATION

Newsletter