direttore Paolo Di Maira

Intervista con Andrea Colasio

di Elisabetta Brunella


Onorevole Colasio, quali sono i punti cardine della legge sul cinema di cui lei è il primo firmatario con la Senatrice Franco?
La nostra è una proposta di riforma che, in modo sistematico e coerente, dà  un nuovo assetto all’intervento pubblico e alle politiche non solo del cinema ma anche dell’audiovisivo.
L’obiettivo è coniugare la dimensione autoriale e culturale con quella economica, tenendo conto delle specificità  del comparto, che è industria di prototipi, ma pur sempre industria.
Un’altra specificità  cui il nostro disegno presta attenzione è quella propria del nostro paese, caratterizzato dall’oligopolio televisivo che, sino ad oggi, ha fatto da ombrello alla produzione.
Qui lo scopo è “tenere insieme” cinema e tv, film cinematografico e fiction in una relazione virtuosa.
A questo proposito vorrei sottolineare come la fiction sia un terreno propizio per losviluppo della cultura di impresa, come essa crei opportunità  professionali sia sul fronte della creazione sia su quello delle industrie tecniche.
Basti pensare che, secondo l’ultimo contratto di servizio, la RAI mette nella fiction 280 milioni di euro, oltre cinque volte la somma che riguarda il cinema.
Secondo la nostra impostazione unitaria, a gestire l’intervento pubblico sarà  un unico Centro Nazionale che si occuperà  sia del cinema sia dell’audiovisivo.


A proposito di questo nuovo organismo, c’è chi ha parlato di un ennesimo carrozzone: qual è la sua reazione?
Il Centro Nazionale per il Cinema e l’Audiovisivo è lo strumento con cui attuare la riaggregazione del polo pubblico.
Ricomprenderà  funzioni della Direzione generale Cinema, di Cinecittà  Holding, dell’Istituto Luce, del Centro Sperimentale di Cinematografia, in un’ottica di rigore e trasparenza: negli ultimi vent’anni abbiamo visto tanti casi di eccellenza, ma anche a una grande dissipazione di risorse. Mi piace perciò poter dire che il tempo della “Musa assistita” è arrivato alla fine.
La struttura stessa, che si ispira al CNC, gestore dell’intervento pubblico francese per cinema e audiovisivo, costerà  meno.
Diminuirà  il numero del personale: al CNC a Parigi lavorano circa 300 persone, nelle nostre varie istituzioni attuali circa 500.
Sarà  snellito il numero delle commissioni e quello dei consigli d’amministrazione.
Anche questo non è solo un segnale importante in direzione della riduzione dei costi delle politica, ma anche un cambiamento nei comportamenti del polo pubblico.
Questo sarà  al servizio di chi lavora, non delle clientele.


Restiamo sul tema delle risorse economiche: come si alimenterà  l’intervento pubblico?
Anche qui la proposta introduce una novità  essenziale: la cosiddetta “tassa di scopo” versata da tutti i soggetti che sfruttano commercialmente il film.
Questo strumento, analogo a quello adottato in Francia, rappresenta un’iniezione importante di risorse provenienti dal settore stesso.
Per esempio, per quanto riguarda la filiera cinematografica la tassa sarà  pagata attraverso il prelievo applicato direttamente sul biglietto in sala, mentre per le televisioni si tratterà  di una percentuale sul fatturato.


Questa tassa ha suscitato polemiche tra gli operatori. Inoltre la legge firmata dall’On. Carlucci punta piuttosto sui dispositivi fiscali, tipo credito d’imposta e tax shelter. Come risponde alle critiche e come giudica le soluzioni presentate come alternative al prelievo all’interno del settore?
Innanzitutto vorrei ricordare che l’obiettivo è far crescere le risorse a disposizione di cinema e audiovisivo allo scopo di rafforzarne l’aspetto industriale “” puntando per esempio sullo sviluppo di società  di produzione indipendenti “” e di assicurare una vera e propria diversità  dell’offerta, in linea con le politiche europee.
Per questo proponiamo una serie di strumenti dove la tassa di scopo ha un ruolo certamente essenziale, ma dove compaiono ugualmente meccanismi premiali dal punto di vista fiscale.
Mi fa sorridere sentir dire da Camiglieri di Sky che la tassa di scopo inciderebbe sulle famiglie: è proprio il contrario.
Il prelievo porta risorse dalla professione e dalle imprese in un’ottica di “patto” con l’istituzione pubblica che si impegna ad una ridistribuzione finalizzata al rafforzamento del settore.
Sono semmai i benefici fiscali concessi a chi investe nel cinema a rappresentare un minor introito per la fiscalità  generale e quindi a pesare sul contribuente.
Per questo nella nostra proposta se ne prospetta sì l’uso “” finalizzato perlopiù ad attirare risorse da altri settori “” ma un uso moderato e soprattutto controllato.
Proprio a questo riguardo emerge una delle principali debolezze della proposta Carlucci a cui mi spiace veder associato l’amico Bordon “” forse sulla base di logiche estranee all’interesse per il cinema.
In quel testo non è previsto infatti nessuno strumento tecnico che governi e limiti il ricorso ai dispositivi che danno un beneficio fiscale.
E’ chiaro che “” visto che lo strumento ha un costo per l’erario “” non si può non fissarne i limiti di utilizzo.


Nella proposta dell’Ulivo non si parla di percentuali o comunque di criteri quantitativi per stabilire l’ammontare di vari tipi di prelievi, dalle sale alla telefonia. Può darci un’idea almeno dell’obiettivo della “raccolta”?
Contando che il FUS stanzia per il cinema circa 90 milioni di euro, sarei contento se “” in una prima fase per così dire sperimentale, in cui mettere a punto i meccanismi ed eventualmente correggerne gli errori “” si arrivasse ad aggiungere una somma tra gli 80 e i 150 milioni di euro: sarebbe una sferzata di energia al settore.
Volutamente non abbiamo indicato delle percentuali: queste dovranno essere stabilite sulla base di un dialogo negoziale, che sarà  condotto dal Ministro dei Beni e delle Attività  Culturali con i rappresentanti di tutti i soggetti coinvolti.
Lo spirito sarà  quello della collaborazione e dell’attenzione alle diverse esigenze: ribadisco però che è essenziale che nel sistema entri anche la tv a pagamento.
Ora questa è fuori anche dall’area di applicazione della legge 122, nata col vizio di prevedere l’obbligo di investire parte dei propri ricavi nella produzione italiana e europea solo per la tv pubblica e per le altre generaliste.
Riconosco che Sky ha fatto cose positive per il cinema, anche siglando accordi con ANICA e API, però bisogna passare da un atteggiamento volontarista ad un vero e proprio ingresso nel sistema, che funziona solo con una sorta di solidarietà  di tutte le componenti del settore.


Si dice che una delle ragioni per cui il modello francese ha funzionato è che gli operatori hanno fiducia nella successiva ridistribuzione. Come pensa che si possa instaurare questo tipo di atteggiamento anche in Italia?
E’ necessario che la politica accompagni, con strumenti efficaci e con obiettivi chiari, lo sviluppo del cinema e dell’audiovisivo, senza invaderne lo spazio.
Per questo prevediamo un forte coinvolgimento dei professionisti in un tavolo tecnico che ogni anno definisca i parametri del prelievo.
Al limite, visto che la legge parla di criteri e non di obblighi, un eventuale governo di centrodestra potrebbe anche arrivare a decidere un’aliquota 0% per le tv, se questo sembrasse l’interesse prevalente per Mediaset.
Anche se la cosa mi pare poco probabile visto che UDC e AN guardano con un certo favore alla tassa di scopo.
Per quanto riguarda la ridistribuzione , la prevalenza del sostegno automatico, nella misura dei due terzi, è un’altra condizione atta ad alimentare la fiducia delle imprese nel sistema.
Ad essa si accompagna il fatto che tutti coloro che provvedono ad alimentare il sistema ne sono pure i beneficiari.
Sono previsti aiuti automatici, trasparenti, sulla base di “conti” aperti presso il Centro, a favore dei produttori e dei distributori, che potranno usare quanto generato dal prelievo (in base agli incassi in sala per i film, al minutaggio per le fiction) per finanziare la produzione futura. Sempre col sistema del “conto” ogni cinema avrà  a disposizione una somma, sempre calcolata sugli incassi, da utilizzare per investimenti nelle strutture.


E per quanto riguarda la promozione della produzione italiana all’estero?
La parola chiave è “razionalizzazione”.
Si tratta anche qui di ridefinire la funzione pubblica e di fondere compiti che oggi sono ripartiti tra più soggetti, la Direzione Generale, Cinecittà  Holding, Filmitalia.
La situazione attuale risulta nella mancanza di una strategia coerente, dove non esiste un coordinamento della promozione.
L’ obiettivo è che i film italiani tornino sul mercato internazionale, dove oggi c’è perlopiù solo il ricordo di un prestigioso passato.
Il cinema italiano di per sè e come elemento della promozione del Paese e della sua cultura deve ritrovare un ruolo internazionale, a cominciare dai territori che mantengono legami forti con l’Italia, come per esempio l’America Latina.


Cinema&Video International                  n.8-9 Agosto/Settembre 2007

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