direttore Paolo Di Maira

L’EVENTO/Sfida ad alta quota

“Everest” di Baltasar Kormákur, il film che apre la 72. Mostra del Cinema di Venezia il 2 settembre, prodotto da Working Title Films e Cross Creek Pictures,  presentato da Universal Pictures International e Walden Media, racconta il tentativo di due diverse spedizioni di scalare la montagna più alta del mondo durante le tempeste di neve più feroci mai viste dal genere umano. Quest’avventura epica fra i ghiacci, ispirata a fatti reali, e interpretata da un cast stellare (Keira Knightley, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Jason Clarke, Josh Brolin, Robin Wright , Sam Worthington) è stata girata in Alto Adige, sul Ghiacciaio della Val Senales fra febbraio e marzo 2014, in condizioni climatiche estreme, in un set complicatissimo e spettacolare, la cui gestione sembrava rispecchiare fedelmente le difficoltà che i protagonisti vivevano dall’altra parte della macchina da presa.

“Una situazione dove ogni professionista lavorava al limite delle possibilità,”, afferma Manfred Waldner, direttore dell’APT della Val Senales.
L’APT ha funzionato un po’ come il braccio destro, nella valle, della film commission altoatesina, la Business Location Südtirol, che ha supportato il film con un finanziamento alla produzione di 700 mila euro.
La Val Senales, set principale del film, ha ospitato circa 250 persone (fra troupe e cast artistico) per 8 settimane,con il coinvolgimento di una decina di strutture alberghiere e di molte ditte altoatesine che hanno fornito i servizi necessari per girare in alta quota.
La Val Senales aveva già prestato il suo volto a set cinematografici importanti: “Das Finstere Tal” e poi due “Vacanze di Natale” girati sul ghiacciaio, ma “Everest” ha segnato un primato:
“’Das Finstere Tal’ si girava su un maso a 200 metri, c’era la strada statale vicina, – racconta Waldner, – poi sono arrivati gli americani, e gli inglesi, quelli per cui la frase “non è possibile” non esiste, e Kormákur stesso (che è islandese, n.d.r.), un vero duro, che ogni giorno faceva il briefing alle 6 di mattina, all’interno del tendone dove ancora non era acceso il riscaldamento…”
“Ho girato in India, in Amazzonia, in Colombia, ma questo è il film logisticamente più difficile che ho fatto”
A parlare è David Nichols, produttore americano da oltre 16 anni in Italia dove, con la sua Cineroma, lavora per le più importanti produzioni internazionali. Di “Everest” Cineroma ha curato la produzione esecutiva, in collaborazione con Wilde Side.
3 unità di riprese e 2 basi logistiche, di cui una sempre in uso per le riprese e l’altra sempre pronta ad essere messa ‘in moto’ per spostarsi alla location successiva:
“Abbiamo dovuto trovare una soluzione perché sulla neve e sul ghiaccio era difficile spostare il nostro campo base logistico con il riscaldamento, il cibo, i bagni, i magazzini per il materiale, e gli effetti speciali… Abbiamo sostituito i camion con slitte giganti realizzate in ferro, sulle quali abbiamo messo container, (noleggiati dalla ditta altoatesina Niederstätter, attiva nel settore delle forniture a servizio dell’edilizia, n.d.r.) riscaldati continuamente con gruppi elettrogeni per evitare che si ghiacciassero le attrezzature (noleggiate per la maggior parte presso la filiale bolzanina della società di rental Panalight Südtirol n.d.r.).
Le slitte erano trainate dai gatti delle nevi. Ne abbiamo utilizzati una decina, con il supporto dei principali resort sciistici.”

Location manager e ulteriore elemento di raccordo con il territorio per Cineroma è stato Florian Mohn, titolare di Cinealp, società specializzata in shooting in ambienti estremi e in alta quota.
Anche per Mohn quello di “Everest” è stato il set più difficile mai affrontato. L’ostacolo maggiore, racconta, erano “ le temperature proibitive, -25 gradi che si percepivano però come -40 a causa del vento forte. Avevamo delle tende riscaldate all’interno per tenere la temperatura almeno a -10,dove sistemare i costumi, il trucco,e far riposare e rifocillare la troupe, grazie al catering fornito da Paul Grüner, del rifugio Bellavista, che ha assicurato 500 pasti al giorno a tremila metri d’altezza.”

La ditta Elikos di Pontives (BZ), specializzata in trasporto carichi e riprese aeree, ha fornito gli elicotteri, che, continua Mohn “sono stati usati per trasportare il materiale meno pesante e più urgente e talvolta anche gli attori e il regista. Sono stati però molto importanti per la sicurezza, quando c’erano forti nevicate con rischio di valanghe, per ‘bombardare’ la neve instabile e mettere in sicurezza le locations.”

Il cast e la troupe hanno raggiunto invece le location delle riprese quasi sempre via funivia e seggiovia grazie agli impianti di risalita Funivie ghiacciai Val Senales, ma le riprese in alta quota hanno richiesto anche  la costruzione di altri impianti con ulteriori complicazioni.

Racconta Nichols: “In realtà le riprese dovevano iniziare in gennaio, e una delle locations più importanti del film era il Campo Base dell’Everest, che avevamo allestito alla base del ghiacciaio, a Maso Corto, un luogo che era perfetto scenograficamente, anche se inaccessibile.
Per questo abbiamo realizzato una funivia ad hoc. Poi però c’è stato uno stop alle riprese, che sono slittate di varie settimane: a quel punto il campo base e la funivia erano sotto due metri di neve, inutilizzabili. Abbiamo quindi ricostruito l’ambiente nel back lot di Cinecittà, spostando il set interamente negli Studios.”
Le difficoltà della costruzione della funivia non erano soltanto legate al clima.
“Il ghiacciaio sta proprio sul confine fra Italia e Austria, – aggiunge Florian Mohn- che non poteva essere attraversato dalla funivia, per cui ci hanno suggerito di interromperla per 5 metri, proprio su confine, così da averne una dalla parte italiana e una dalla parte austriaca.
L’esercito austriaco voleva aiutarci nella logistica, ma non poteva perché non è autorizzato a superare la frontiera con l’Italia.
Bisognerebbe fare un film sull’impossibilità di costruire una funivia sul ghiacciaio che unisca il nord e il sud Tirolo. Europa Unita e Tirolo diviso!”

Questo dimostra, ancora una volta, come anche all’interno di un set internazionale come quello di “Everest” (la squadra di lavoro era composta da americani, inglesi, australiani, tedeschi, italiani, islandesi), la presenza dei ‘locali’ è sempre fondamentale: erano circa 60 gli altoatesini coinvolti, in tutti i reparti tecnici. “Certi giorni si arrivava anche a 80 fra guide alpine, paramedici, extras, stunt per le scene delle scalate”. Chiaramente, poi, gli esperti venivano anche da molto lontano, come Davide Breashears, “lo scalatore americano che partecipò alla spedizione che ha ispirato il film (ed è anche un personaggio del film stesso), che ha portato in Alto Adige una ventina di Sherpa da Katmandu, o Guy Cotter, capo di una società che organizza spedizioni-avventura sull’Everest e ha aiutato a salvare molte persone sulla montagna.” Spiega Nichols.
Katmandu è stata un’altra location del film, assieme agli Studios Pinewood di Londra, dove sono stati girati gli interni e gli effetti speciali, come le tempeste di neve, “che abbiamo girato anche sul ghiacciaio, aiutandoci con gli enormi ventilatori forniti proprio dagli Studios.”

Oltre al Ghiacciaio della Val Senales, le riprese hanno interessato anche altre location, quali Solda, Ortles (la montagna più alta dell’Alto Adige, vicino al confine con la Svizzera), Gran Zebru.
“Anche come conformazione rocciosa il ghiacciaio e l’Ortles somigliano davvero all’Everest, potrebbero essere definiti una sorta di suo ‘Luna Park’” dice Mohn, e aggiunge, “l’Alto Adige è una regione piccola con una grande varietà di montagne, con le Dolomiti, la zona collinare vicino a Bolzano,il ghiacciaio…
In confronto alle Alpi più a nord della Svizzera e dell’Austria, offre anche un clima più mite: in aprile o maggio, mentre in alta montagna ci può essere ancor il profondo inverno, a Merano o a Bolzano ci sono temperature quasi estive, senza contare i 300 giorni all’anno di sereno, un gran beneficio per le riprese.”

Inoltre, “il supporto del territorio è stato fondamentale per risolvere brillantemente le difficoltà”. Concorda Nichols: “il budget del film era piuttosto consistente (circa 70 milioni di euro) ma non era un budget da colosso hollywoodiano, per cui dovevamo stare molto attenti ai costi.”

Sul territorio altoatesino sono stati spesi circa 5 milioni di euro, e tutta la valle è stata coinvolta nella lavorazione, dagli elettricisti ai maestri di sci:
“il regista e vari attori avevano con sé la famiglia per buona parte delle riprese, e i bambini hanno fatto la scuola con i nostri maestri, -racconta Waldner- siamo una comunità piccola, di circa 1200 persone, pensi che l’unico punto dove si comprano le sigarette è il benzinaio!”

Dopo la presentazione veneziana ci sarà un’anteprima a Bolzano il 12 settembre, realizzata in collaborazione con Universal, Working Title e Salewa, l’azienda altoatesina specializzata in abbigliamento sportivo, “un evento di beneficenza a favore del Nepal” spiega Mohn.

“Everest” uscirà in sala a fine settembre, e per l’APT sarà l’inizio della campagna di promozione, assicura Waldner, perché “se una produzione hollywoodiana di questo calibro ha scelto il ghiacciaio della Val Senales preferendolo ad altri in Canada o in Alaska, allora possiamo veramente dire che abbiamo le montagne più belle del mondo!”

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