INTERNAZIONALIZZAZIONE/La Solitudine del Cinema Italiano

di Redento Mori*

in collaborazione con FONDAZIONE ENTE DELLO SPETTACOLO

Nell’ultima stagione 2014 il cinema italiano ha toccato due primati: il maggior numero di nuovi film prodotti in un anno con 201 titoli di nazionalità italiana – dei quali 194 d’iniziativa italiana e 180 al 100% domestici, altri due limiti mai toccati prima nella sua storia – e il minore costo sostenuto in media per la loro realizzazione, pari a 1,39 milioni di euro.
Il dato complessivo cui risalgono i due record è costituito dal monte dei capitali investiti nelle opere in prima uscita: 323,4 milioni di euro, che corrispondono al più basso budget (a copertura dei costi industriali) di tutti gli anni Duemila.

Nel contesto della fase recessiva che ha contraddistinto il ciclo economico internazionale nell’ultimo quinquennio le difficoltà finanziarie della cinematografia nazionale non sono un’eccezione rispetto a quelle accusate in generale dai settori produttivi, sia manifatturieri sia dell’audiovisivo, e non lo sono nemmeno in confronto ai trend degli altri principali comparti cinematografici europei.
Il totale delle risorse impiegate nel 2014 dal comparto per tutta la produzione di nazionalità italiana è in effetti sceso dal 2012 di oltre un terzo (-34,41%, variazione equivalente a quasi 170 milioni di euro).
Ma in Francia la provvista globale, al quarto regresso consecutivo, è dimagrita di un quinto in soli dodici mesi, vale a dire di 260,77 milioni di euro (-20,78%) rispetto al 2013, ed è retrocessa a 994,13 milioni di euro. In Inghilterra la raccolta di capitali di origine nazionale si è attestata a 273,97 milioni di euro (+26,58% sul 2013), tuttavia la quota d’investimento del cinema domestico ha toccato il fondo con una contribuzione al budget di produzione pari al 16,16%, contro una disponibilità da parte degli studios statunitensi – che hanno a Londra la loro seconda casa – di dimensioni ormai più che sestuple (1,69 miliardi di euro, al servizio oltretutto di soli 37 titoli).
In Spagna la produzione ha subito un brusco passaggio a vuoto, con un crollo degli investimenti nazionali (e del budget medio a film) pari al 50% e con soli 26 lungometraggi realizzati rispetto ai 76 del 2013, mentre in Germania ha accusato due slittamenti in successione, con i film d’iniziativa tedesca passati da 118 prima a 107 e poi a 106, contestualmente a un graduale contenimento dei fondi pubblici, già fissato peraltro anche per il 2015.

Un ulteriore dato comune nell’attività degli operatori europei – e in particolare con quella dei quattro paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna) che insieme con l’Italia costituiscono i cosiddetti big five del mercato continentale – è rappresentato dal decremento delle opere prodotte in compartecipazione con l’estero.
Nel 2012 si erano registrate nei cinque paesi 334 co-produzioni (166 maggioritarie e 168 minoritarie), diventate 351 nel 2013 (rispettivamente 186 e 165) e ridottesi poi nel 2014 dell’11,82% a 315 (164 e 151).
Ad accusare il calo maggiore è stata però l’Italia, passata da 37 progetti co-prodotti del 2012 a 29 nei dodici mesi seguenti e quindi a 21 nell’ultimo anno (per un saldo a fine triennio di -41,66%), soprattutto per quanto riguarda quelle d’iniziativa straniera, falcidiate da 16 a 11 (più una paritaria) e infine a 7.

Volendo individuare il principale deficit respiratorio del cinema italiano, non si può che sottolineare come negli ultimi tre anni al film nazionale sia venuto a mancare in primo luogo proprio l’ossigeno fornito delle risorse economiche estere.
Lo dicono le cifre: da 152,9 milioni di euro del 2012 l’apporto di capitali privati stranieri si è per inedia quasi dimezzato a 81,3 milioni nel 2013 (-48,82%) e nell’ultimo anno a 42,1 milioni (-55,10%). E come colpito da una fortissima anemia il loro budget medio di 9,99 milioni di euro del 2012 (l’anno precedente era
stato di 9,40 milioni) si è ridimensionato a 7,02 milioni nell’anno successivo per finire poi quasi prosciugato a 2,53 milioni nel 2014.
A 65 anni dal primo, storico accordo di compartecipazione sottoscritto il 19 ottobre 1949 con la Francia, è questo il debito d’ossigeno che segna attualmente la cinematografia italiana, nonostante il ruolo ormai cruciale che l’attività di co-produzione rappresenta nell’industria filmica internazionale.

Sono i capitali stranieri a fare la differenza. Se il loro ruolo in Inghilterra appare per dimensioni e caratteristiche difficilmente comparabile, quello ricoperto in Francia rimane un punto di riferimento significativo.
Nel 2009 i capitali stranieri erano ammontati a 102,95 milioni di euro toccando l’incidenza minima dell’11,11% e il monte risorse francese era tornato a scen- dere come nel 2006 sotto la quota di 1 miliardo di euro.
Poi negli anni successivi il loro contributo aveva ripreso a salire, riportando il valore della provvista globale a sette cifre.
Dopo aver raggiunto nel 2013 la punta di 225,45 milioni con la massima quota-parte del 22,10%, gli apporti dall’estero nel 2014 sono però implosi, ripiombando a 96,67 milioni, corrispondenti al 12,10%, e di nuovo la raccolta globale – già di per sé in sofferenza per le ripercussioni della difficile congiuntura economica – è ridiscesa sotto il miliardo, accusando un’emorragia di 221,0 milioni di euro.

A questo saliscendi di conferimenti possono essere fatte risalire quasi tutte le motivazioni che hanno portato l’Assemblea Nazionale ad approvare nel dicembre scorso su pressioni del CNC (con un’opinione pubblica mai così divisa su questioni riguardanti il cinema di casa) il rafforzamento del tax credit per le spese di produzione dal 20% al 30%.
Ma soprattutto vi si rispecchia il grado di apertura internazionale che ha accompagnato la crescita della cinematografia francese e il contributo sostanziale che questo respiro – favorito dalla forte regia del sistema pubblico e dalla sua stabilità d’intervento e di sostegno – può dare al comparto, per alimentarne la consistenza delle risorse e favorendolo in misura essenziale nel dare corpo ai progetti.


Appare tuttavia restrittivo
considerare l’apporto estero, soprattutto per quanto riguarda le co-produzioni minoritarie d’iniziativa straniera, quale parte semplicemente aggiuntiva al monte risorse del cinema italiano. Perché in realtà rappresenta un volano per incrementare il valore aggiunto di tutta la produzione complessiva. Come indicano le serie storiche delle statistiche, due sole volte nell’arco degli anni Duemila il cinema italiano ha investito nella produzione di nuovi titoli più di mezzo miliardo di euro ed è successo nel 2004 e nel 2007, quando al servizio della realizzazione di 134 e 121 opere furono destinati rispettivamente 504,5 e 519,9 milioni di euro.
Sono gli stessi anni nei quali i finanziamenti dedicati alle co-produzioni con l’estero hanno toccato i loro massimi storici con 307,1 milioni nel primo caso e 298,9 milioni di euro nel secondo.

Né va dimenticato che nel corso della prima metà degli anni Ottanta il cinema inglese si trovava praticamente in coma farmacologico (sole 36 e 24 opere realizzate nel 1980 e nel 1981) e ha ripreso le sue funzioni vitali unicamente per il prepotente ritorno delle majors di Hollywood a operare negli studios di Londra.
Alla stessa stregua il comparto francese accusa le sue principali flessioni quando si allenta l’impegno economico degli operatori stranieri, con ripercussioni di- rette sulle esportazioni che rappresentano un grande punto di forza della sua economia (la penetrazione nei mercati esteri dei film francesi – esulando dai titoli inglesi a matrice Usa – è pressoché incomparabile a quella delle altre cinematografie europee).
Ed è con le co-produzioni che Germania e Spagna sorreggono i  loro livelli produttivi.
Negli ultimi quattro anni i film 100% tedeschi risultano 312 contro 268 co-produzioni (147 delle quali minoritarie) e i titoli 100% spagnoli sommano a 217 rispetto ai 297 co-prodotti (117 dei quali per iniziativa straniera) e proprio nell’ultimo anno sono stati i 100 progetti co-prodotti (68 in partecipazioni di maggioranza e 32 in posizioni di minoranza) a riequilibrare il bilancio complessivo della produzione nazionale, frenata come detto da soli 26 lungometraggi 100% domestici.

 

Proprio l’andamento dei flussi e dell’impiego di capitali al servizio della produzione è all’origine dell’impegno collettivo che da ormai due anni Direzione Generale Cinema del MiBACt, MiSE (Ministero dello Sviluppo Economico), Ice-Ita (Italian trade Agency), Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali) e Apt (Associazione produttori televisivi) hanno assunto considerando l’internazionalizzazione quale autentica sfida da affrontare nell’obiettivo di sviluppare il comparto.
Ai fondi già attivi per il sostegno, come detto, dei film in co-produzione con Argentina, Brasile e Francia (ulteriormente rafforzato) ne sono stati istituiti altri con Germania e Canada, mentre si sono aggiunti nuovi accordi bilaterali con Cina e Cuba.
A metà 2014 è stato inoltre elevato da 5 a 10 milioni di euro l’anno il credito d’imposta per film stranieri girati in Italia, in capo non più alle singole opere ma a ogni operatore nazionale che ne realizza, su commissione estera, la produzione esecutiva (su uno stesso titolo possono pertanto convergere più produttori italiani e tax credit più consistenti).
Nella composizione per natura e origine delle risorse destinate a coprire il fabbisogno finanziario, le risorse dei co-produttori esteri nei film d’iniziativa italiana sono per importo fra le voci più basse in assoluto e al pari di quanto segnala l’andamento degli investimenti – sia in Italia sia nel resto d’Europa – la ripartizione delle fonti di provvista dimostra come la strumentazione sia un capitolo fondamentale in funzione della raccolta di capitali.

L’attività di co-produzione rappresenta nell’industria filmica un doppio ruolo cruciale. In prima istanza nell’ambito delle scelte di politica economica, dal momento che alla cooperazione con operatori di altri paesi corrisponde – soprattutto per quanto concerne il perimetro dell’Unione europea, dove persiste l’egemonia del prodotto statunitense – il principale strumento di promozione e al tempo stesso di difesa delle diversità culturali. E poi sul piano delle strategie finanziarie e commerciali delle imprese, in quanto i progetti in associazione sovranazionale sono sostenuti nella quasi totalità dei casi da investimenti superiori a quelli destinati in media ai prodotti domestici e nello stesso tempo presuppongono una maggiore apertura dei mercati di distribuzione e di consumo.
In particolare sul fronte della circolazione all’estero, che proprio per la sua attuale limitata intensità rappresenta una delle maggiori opportunità di sviluppo del comparto.
Segnali confortanti in questa direzione provengono pure da una più intensa presenza di attori stranieri di primo piano nei nuovi titoli italiani e dalla crescente realizzazione di film direttamente in lingua inglese.
Non va peraltro dimenticato come proprio alla formula della co-produzione si debba l’esito positivo di iniziative altrimenti problematiche da porre in cantiere nel solo ambito nazionale e realizzate invece con successo, in particolare attraverso la collaborazione con l’industria francese, con cui prende corpo tuttora la maggior parte delle partnership avviate dai produttori italiani.
Anche l’ultimo premio Oscar per il miglior film in lingua straniera vinto dal cinema italiano nel 2014 – a distanza di 15 anni dal precedente successo di Roberto Benigni con “La vita è bella” – grazie a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino ha visto la partecipazione minorita- ria di Jérôme Seydoux (co-presidente di Pathé ed Europalaces) alla produzione realizzata da Indigo di Nicola Giuliano.

Attraverso le iniziative di co-produzione passa inoltre la possibilità di condurre un processo di diversificazione ed evoluzione delle tematiche e dei contenuti distintivi della cinematografia italiana, tradizionalmente legata nella sua doppia personalità a soggetti di forte impegno sociale oppure di brillante disimpegno, in bilico insomma fra denuncia e satira, dove ai racconti di vicende umane molto spesso tragiche si contrappongono in alternativa ritratti dai toni comico-grotteschi.
Come testimonia la suddivisione per genere dei film sostenuti con i contributi governativi del Fondo Unico per lo Spettacolo due opere su tre (esattamente il 66,16%) degli ultimi otto anni appartengono a questi due filoni.

*Consulente Scientifico Fondazione Ente dello Spettacolo

RAPPORTO 2014. IL MERCATO E L’INDUSTRIA DEL CINEMA  IN ITALIA
Presentato presso il nuovo Teatro Blasetti del Centro Sperimentale di Cinematografia -Cineteca Nazionale, lo scorso 15 luglio, il VII
Rapporto. Il Mercato e l’Industria del Cinema in Italia – disponibile online in lingua italiana e inglese sul sito Cineconomy.com – della Fondazione Ente dello Spettacolo, coeditato insieme con la Direzione Generale Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, offre un’analisi dettagliata sull’andamento del settore cinema nel Paese con riferimento ai dati 2014.

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