direttore Paolo Di Maira

INDIPENDENTI 3/Un altro modo è possibile

ROMA/Indipendenti, controcorrente e orgogliosamente fuori dal sistema. Parola d’ordine: una programmazione “alternativa” destinata ad intercettare la domanda di un pubblico lontano dai circuiti ufficiali, affamato di contenuti altri (da fruire tutto l’anno e non solo nella parentesi estiva) e sempre più orfano di spazi. Sono le sale romane che rispondono alla curiosità di una fascia di spettatori vorace ma ancora troppo poco ascoltata (e monitorata). Il calcolo è semplice, perché si contano sulle dita di una mano: Filmstudio, Azzurro Scipioni, Kino, Detour e Sala Trevi, l’unica che possa contare su un contributo pubblico permanente grazie all’intervento della Cineteca Nazionale. Cineclub storici e nuove realtà nate dalla passione di gruppi di cinefili e appassionati, nel centro storico come in quartieri più “periferici”. “Ogni spazio ha la sua linea – commenta Armando Leone, animatore da 38 anni del Filmstudio – Unendo queste realtà, rendiamo un servizio alla cultura. L’esplosione aggressiva di multiplex e multisala non ci tocca, perché il nostro è uno spettatore più attento, corretto, equilibrato. Che vuole vedere i film in maniera intima, lontano dal chiasso e dalla disattenzione dei centri commerciali”. Come nello storico cineclub di Trastevere, completamente autofinanziato (nonostante il riconoscimento di Istituzione culturale d’interesse nazionale) e per questo in costante pericolo di sopravvivenza: due salette da 80 posti che proiettano film trascurati dal mercato, spesso in esclusiva a Roma e in versione originale, dove i gestori parlano con gli spettatori in sala, non è raro incontrare registi come Moretti e Garrone e un film viene programmato anche per due mesi, una tenitura “impossibile” per i normali circuiti. All’Azzurro Scipioni di Silvano Agosti le pellicole che hanno fatto la storia del cinema si alternano con quelle di seconda visione e il lunedì è la giornata dedicata ai film del regista bresciano. Filo rosso: qualità e ricerca. La stessa che cercano (e trovano) gli avventori del Kino al Pigneto, nato sulle ceneri del cineclub Grauco dall’unione di 54 soci (ci sono anche Valerio Mastandrea e Claudio Cupellini) per programmare un cinema di qualità, quello che non si vede. Palinsesto mensile ricco e curioso, con uno sguardo sul nuovo cinema italiano e il passaggio di quei film “invisibili” che sono diventati la cifra del cineclub. E dopo il film, un bistrot specializzato in alimenti biologici, slow food e vini biodinamici. A pochi metri dal Kino c’è il Nuovo Cinema Aquila, tra le più vivaci realtà romane per offerta e qualità della programmazione: da un lato i film in prima visione, dall’altro le rassegne, i festival, gli eventi e le maratone (con un occhio particolare al documentario) che richiamano spettatori da tutta la città. Ma anche uno spazio dal profondo valore simbolico: un bene confiscato alla mafia che nella sua seconda vita diventa polo culturale per la comunità ( Chiara Gelato)
MILANO/A Milano storicamente esiste il Cinema Mexico: ex semiperiferia industriale, ora al centro di un area riqualificata dove trovano spazio showroom, studi fotografici e sale posa, agenzie e case di produzione pubblicitarie, ora anche il polo culturale alternativo dell’OCA-Officine Creative Ansaldo, la storia del Mexico è ormai ventennale, parte con le repliche reiterate di “Rocky Horror Picture Show”, approda al cinema d’autore superindipendente sostenuto con appassionata caparbietà dal suo gestore, Antonio Sancassani, ormai un mito tra i giovani autori, fino a diventare realtà riconosciuta a livello nazionale: di cinema come il Mexico ce ne vorrebbe uno in ogni città. Sulla strada della multiprogrammazione si è mosso storicamente lo Spazio Oberdan, sala della Provincia di Milano data alla Cineteca (che gestisce anche la programmazione di Area Metropolis 2.0 a Paderno Dugnano e del MIC-Museo Interattivo del Cinema): finora in calendario solo rassegne, omaggi e cicli dedicati al cinema più o meno recente, ma da qualche mese alla programmazione tradizionale viene affiancata anche la proposta di film indipendenti inediti, italiani e non, in tenitura per due-tre settimane, in orari – ovviamente – a scacchiera con altri film. Tra i titoli proposti “Noi non siamo come James Bond”, “Nina”, “Superstar. L’uomo che non voleva essere famoso”. Poi ci sono sale, come il Cinema Palestrina, che aprono finestre a cicli tematici: ancora una volta opere inedite o superindipendenti (ma anche cinema mainstream “con dibattito”), di finzione o documentari, proposte in un modo articolato e tale da attrarre un pubblico molto mirato ma anche affezionato e fedele. Poi, ancora, ci sono nuove realtà che stanno cercando una loro strada, indicative di un certo fermento in corso: sono tanti i giovani che rimpiangono i cineclub o i “veri” cinema d’essai su cui si sono formati i loro genitori. E così ecco nascere associazioni che cercano di colmare tale vuoto. Come ceCINEpas, che – alla ricerca di una sala dove organizzare una programmazione continuativa – per ora offre appuntamenti spot presso cinema che danno ospitalità. L’ultima il 14 giugno al Beltrade, dove sono stati presentati scopi e ambizioni dell’associazione insieme a due film inediti, “Il produttore” del romano Davide Fiorentini e il documentario candidato all’oscar 2012 “Paradise Lost 3: Purgatory” di Joe Berlinger and Bruce Sinofsky: perché ogni occasione è buona per vedere buon cinema e fare proseliti. O, ancora, come Formacinema, presidente Alessandro Studer, già co-fondatore del mitico Obraz Cinestudio, che si pone proprio l’obiettivo di restituire a Milano un luogo come fu negli anni 70-80 l’Obraz, dove si possa vedere, conoscere e parlare con passione di cinema. Nato un anno fa, ha appena presentato il progetto “Per un cineclub diffuso”: nell’attesa di trovare la sala dei sogni auspicata dal progetto fondativo (con doppio schermo, digitale e in pellicola), programma di appoggiarsi a sale a “bassa attività”, dove attivare una programmazione parallela/alternativa a quella tradizionale. (Adriana Marmiroli)
 FIRENZE/“The Parade – La sfilata”, diretto da Srdjan Dragojevic, è un’originalissima commedia contro l’omofobia coprodotta nel 2011 da Serbia, Slovenia, Croazia, Montenegro e Macedonia, che al festival di Berlino 2012 ha vinto il premio del pubblico. Acquisito per la distribuzione in Italia da Cineclub Internazionale, il film è passato quest’anno, dallo scorso maggio, in un circuito alternativo, e a Firenze ha tenuto ben quattro repliche nella piccola sala dell’Istituto Stensen. Il film, divenuto un fenomeno di culto presso critici e pubblico cinefilo, ha concluso la stagione 2012-1013 di cinema di qualità proposta da Stefano Stefani, organizzatore di cultura a Firenze con lunga esperienza di esercente cinematografico. Il cartellone di Stefani ( la locuzione è appropriata, come vedremo in seguito), per la stagione che va a concludersi, è iniziato nell’autunno scorso con un’offerta duttile, ma gravitante attorno a film che o non avevano distribuzione o erano usciti “malamente”, penalizzati da un mercato che concentra i lanci in pochi giorni con gran numero di copie.  Qualche titolo: “Come pietra paziente” di Atiq Rahimi, “Qualcosa nell’aria” di Olivier Assayas “In darkness” di Agnieska Holland, “No, igiorni dell’arcobaleno” di Pablo Larrain, “Bellas Mariposas” di Salvatore Mereu, “Tyrannosaur” di Paddy Considine, “La ballata dell’odio e dell’amore” di Alex de la Iglesia; eventi come “Girlfriend in a Coma” di Bill Emmott o “Aeterna” di Leonardo Carrano. Scelte rischiose – 20 serate che hanno totalizzato 10 mila presenze – premiate da un pubblico che ha seguito Stefani sia nell’enorme Teatro Verdi (che con i suoi 1500 ha ospitato la maggior parte dei cicli di proiezioni), sia allo Stensen, sala di comunità da 250 posti con una gloriosa tradizione da Cineforum. Il successo dell’impresa dimostra che determinati film il pubblico ce l’hanno, ma “vanno maneggiati con cura”, spiega Stefani, ed è meglio che “chi li maneggia ci metta la faccia cioè garantisca sulla qualità, la genuinità del prodotto, garantisca che i film che presenta hanno elementi d’interesse” Tramonta dunque la convinzione secondo cui “la struttura fa cultura”, nel senso che la sala non è più il necessario collante con il pubblico. Conta l’autorevolezza, il prestigio di chi propone i film: “uno di cui il pubblico si fida” Questo elemento di novità – recuperare la centralità del pubblico, non necessariamente associandola alla centralità della sala – rafforzato dal fatto che le iniziative non hanno goduto ( “e nemmeno cercato” puntualizza Stefani) di contributi pubblici, fanno dell’esperienza fiorentina un caso estremamente interessante. Il futuro? Il fatto che anche la distribuzione di qualità si sia adagiata (con lodevoli eccezioni come Teodora Film, tiene a precisare Stefani) su uno schema di lavoro standardizzato, non possono essere compensate da “un artigianato forsennato” alla Mereu ( l’autore ha personalmente curato tutte le uscite del suo ultimo film nelle sale italiane) . Bisogna ricreare il rapporto con gli spettatori . Come? “Recuperando lo spirito dei cineforum, che furono dei formi-dabili organizzatori di pubblico”.

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