direttore Paolo Di Maira

INDIPENDENTI 1/L’unione fa la qualità

Movimento Film è società indipendente di distribuzione e produzione che si è caratterizzata per le scelte fatte: pochi titoli, indubitabilmente d’autore, meglio se “segnalati” da qualche festival internazionale, molta attenzione e fiducia nei giovani autori italiani, opere che globalmente potremmo definire “di nicchia”, importanti eppure marginali rispetto a un mercato che pare comunque trovare sempre meno spazio anche per i big del cinema autoriale. “La polvere del tempo” di Theo Angelopoulos, “Hitler a Hollywood” di Frédéric Sojcher, “Chavez, l’ultimo comandante” di Oliver Stone, gli italiani “Maledimiele” di Marco Pozzi, “Notizie dagli scavi” di Emidio Greco, “Quello che cerchi” e “Riparo” di Marco Simone Puccioni tra i film distribuiti; “L’estate di Martino” di Massimo Natale, “Katyn” di Andrezj Wajda (per cui l’Associazione della Stampa Estera in Italia gli ha assegnato il Globo D’Oro 2008 -2009 come Miglior Distributore), “Benur. Un gladiatore in affitto” tra quelli anche prodotti o coprodotti.
Mentre sono ancora inediti e attesi per la prossima stagione “Il futuro” di Alicia Scherson, “Peak. Un mondo al limite” di Hannes Lang, e in lavorazione “Yuki” di Marco De Angelis e Antonio Di Trapani. Insomma, secondo gli standard correnti, una vita, quella di Movimento Film, sull’orlo del rasoio della sopravvivenza. Sull’onda della provocazione (ma mica tanto) di Sacher che ha annunciato di sospendere l’attività di distribuzione cinematografica finché la situazione cinematografica italiana resterà quella attuale, abbiamo interpellato Mario Mazzarotto che di Movimento è l’attivo amministratore unico.

«Un’attività filantropica la nostra – esordisce Mazzarotto, scegliendo la via dell’ironia -. Sono d’accordo con quanto affermato da quelli di Sacher, nelle cui parole mi sono perfettamente ritrovato».
Mosso dal desiderio di far conoscere «cose belle», ammette che, pur non essendo pensabile lavorare in perdita, «il guadagno è importante, ma viene dopo» rispetto a una spinta che potremmo definire etico-estetica.«Ho sempre pensato che è la passione per un certo cinema che ci fa accettare le difficoltà del discorso commerciale ».

Continuando nella chiacchierata con Mazzarotto appare così evidente che di Sacher si condivide la provocazione, ma non la scelta: Movimento fatica ma non ha nessuna intenzione di buttare la spugna. Anche se il mercato rende tutto ogni giorno più faticoso. «E far quadrare i conti è sempre più difficile».
Da una parte le sale – mono o multi, collocate nei centri storici, cineclub e cinema d’essai – sono sempre meno, inoltre il pubblico che ama e tradizionalmente segue questo tipo di produzione «non si è rinnovato».
Colpa di un sistema scolastico carente nell’educazione all’audiovisivo?
«Anche la scuola dovrebbe fare la sua parte. Invece sappiamo che nei programmi, a nessun livello, è contemplata questa materia, che non è solo intrattenimento ma parte della cultura generale di un individuo».
Risultato: l’età media di chi vede un certo cinema sta inesorabilmente innalzandosi e questo pubblico disaffezionandosi.
Così i numeri calano. «È mancata la fascia generazionale più giovane che sostituisca il nostro pubblico tradizionale. Lo si vede dagli orari in cui si concentrano gli incassi: tardo pomeriggio/prima serata, quelli preferiti dai meno giovani».
Le storture del nostro mercato distributivo, poi, fanno sì che il consumo cinematografico sia sempre più concentrato come tempi di permanenza in sala e quindi salti l’effetto passaparola fondamentale per certe opere. In questa situazione, la multiprogrammazione potrebbe essere una risposta, se non permanessero certi abiti mentali. «È una questione di abitudini non facili da cambiare – dice Mazzarotto – e di comunicazione che i cinema devono imparare a fare». Insomma anche l’esercizio ha qualche colpa, fatta di un mix di pigrizia e inerzia.

Sono comunque sempre i cinema quelli che fanno la differenza. «Se nei multiplex il pubblico non sceglie il film, ma il luogo e poi, in funzione della proposta, compra il biglietto, nei monosala o nelle multisale va dopo aver scelto il titolo. La sala che si specializza diventa un marchio che garantisce la qualità della propria proposta. Ecco perché è ancora più grave se chiude: non è solo la fine di un esercizio commerciale ma di una proposta culturale». Per chi distribuisce cinema indipendente e d’autore una perdita esiziale.
Per questo Mazzarotto afferma di essere disposto ad andare lui stesso a intercettare i luoghi in cui far vedere i propri film. Sale, ma non solo. «Favoriamo con sconti le richieste di cineclub e circoli culturali o similari, prevedendo un noleggio adeguato alle possibilità di pubblico di queste realtà. Favorire le alternative è il solo modo per non far morire il cinema».
Si tratta di organismi spesso consociati in associazioni, con un pubblico anche giovane e non necessariamente concentrato nelle grandi città, che cercano cinema non commerciale e che a loro volta faticano a mettersi in contatto con chi distribuisce.

Forse allora sarebbe utile se anche i distributori che hanno listini piccoli ma “omogenei” a quello di Movimento si consociassero, unissero le forze e i titoli per “fare massa”, offrendo a tali realtà una programmazione coerente e continuativa? «È vero – ammette Mazzarotto -. Anche noi dovremmo fare gruppo per sostenere e promuovere in modo sistematico il cinema che amiamo. Potrebbe essere la strada giusta per creare un sistema virtuoso in grado di raggiungere quel pubblico di appassionati che – lo sappiamo tutti – esiste ma è disperso e difficile da intercettare. Da questo punto di vista, se esistono realtà locali anche piccole che sono interessate ai nostri titoli, sappiano che sono più che interessato al dialogo».

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