direttore Paolo Di Maira

INCHIESTA/ Cinema Italiano all’Estero

l’Italia a Cannes sarà  poco “rappresentata”: nessun fi lm incluso nella prestigiosa seppur perigliosa passerella del concorso, “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti a Un Certain Regard, “Centochiodi” di Ermanno Olmi in una proiezione speciale omaggio al suo autore. Non siamo qui per rifl ettere o discettare sul perché di questo scarso “bottino”.
Checché se ne dica il grande Festival ha sempre avuto un occhio di riguardo per la nostra cinematografi a. Prova ne è la presenza di personalità  varie presenti a diverso titolo qua e là , tra giurie, lezioni d’autore e d’attore, omaggi, riconoscimenti.
Quello che più sorprende invece è un dato di mercato, ovvero che sempre più spesso i produttori italiani preferiscono far vendere all’estero i propri fi lm da società  straniere.
Una tendenza in atto, comprovata dal fatto che il fi lm di Luchetti è nel listino di Thinkfilms.
Di quello di Olmi, nel momento in cui scriviamo, ancora non si sa, ma”¦ Quali le ragioni per cui un produttore italiano non affi da i propri fi lm a uno degli esportatori di casa, gente di grande esperienza e con solidi contatti in tutto il mondo? Le risposte sono tante e non lusinghiere. Innanzitutto una constatazione: in Italia si parla di “sistema cinema” ma poi non si riesce a realizzare nel concreto.


Ogni “ente” marcia per conto suo, i rapporti sono spesso complicati da incomprensioni, aggravate da immobilismi strutturali e vorticosi cambi ai vertici. Pubblico e privato parlano due lingue diverse, e non riescono a trovare un traduttore.
Legislazione e sostegno al cinema, promozione e rappresentanza, non fanno rima con commercio. Pare. Tutti hanno come faro illuminante la mitica Unifrance, irraggiungibile come anni d’esperienza e budget, ma poco si fa per emularla, anche solo nelle intenzioni. Un comportamento, quello dei produttori, motivato da esterofi lia, da necessità  economica (minimi garantiti, accordi di coproduzione in fase preproduttiva”¦), dall’idea di accrescere il proprio prestigio (essere nei listini insieme a certi autori di fama internazionale dà  lustro).
Anche se poi – e più di una voce si esprime in questo senso “” questo signifi ca alla fi ne danneggiare il fi lm stesso, che fi nisce in un calderone generale in cui è ignorato, sottovalutato. Passa in coda. Sia che si tratti di proporlo alla commissione di selezione di un festival (che rimangono i migliori veicoli per far conoscere un fi lm a livello internazionale, condizione necessaria per la vendita), sia che si porti nei mercati per proporlo ai distributori dei singoli paesi.


Un peccato, perché evidentemente il cinema italiano “” malgrado le lamentele pre- festival – sta passando una fase creativa interessante, e il fatto che ci siano società  straniere disposte a rappresentarlo sul mercato, lo conferma. Intanto un piccolo settore di industria, altamente qualifi cato e specializzato come l’export, come Unefa, fatica ad andare avanti. Iniziative importanti che potrebbero “aiutare”, come gli screening del prodotto nazionale sono sospesi da due anni fi no a data da defi nirsi: i mercati e i festival non bastano, sono altra cosa. In tutta Europa avviene esattamente il contrario: si organizzano screening, la promozione si porta appresso i mercanti e non solo gli artisti, anche le cinematografi e più piccole si affi dano agli esportatori nazionali.
Insomma, ciascuno marcia per conto suo.


ADRIANA MARMIROLI


 


Cinema&Video International    5-2007 

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