IL FILM/Un altro immaginario è possibile

Francesca Cima

Francesca Cima è Presidente dei Produttori ANICA, Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali

La ricerca dell’Istituto Toniolo pone un grande tema, che deve essere affrontato in tutta la sua complessità.
Intanto una nota: il campione utilizzato riguarda più i giovani adulti (nati tra 1982 e 1994) che i ragazzi o gli adolescenti che invece costituiscono attualmente una delle fasce più rilevanti di pubblico, e che sicuramente esprimono dei comportamenti e dei gusti diversi (ad esempio nella ricerca non emerge il fascino per il prodotto di animazione, un fenomeno da cui non si può più prescindere).
L’attrazione del pubblico più giovane per il cinema americano viene da lontano, ovvero da un lungo lavoro di presidio di tutta un’industria, ma direi di un Paese, su un immaginario costruito non solo su un impianto spettacolare ed epico, ma anche su un prodotto mainstream sempre curato e con un production value “garantito”; negli ultimi anni, anche su un lavoro di scrittura complessa e stratificata pur nei prodotti tradizionalmente rivolti al pubblico più giovane che diventano così film trasversali a più generazioni (il caso “Inside Out”).
Anche se gli esempi migliori all’interno di queste tipologie non sono molti in un anno, ne bastano oramai una decina per non lasciare molto respiro a tutti gli altri, come si evince dalle prime righe del Cinetel ogni settimana.

Il cinema italiano, più in generale quello europeo, possono ancora giocare una partita importante, a patto che cerchino maggiormente di diversificare la produzione, di aumentare le qualità realizzative, di sperimentare sui generi e su percorsi narrativi originali.
In questi ultimi anni in Italia abbiamo assistito a un fenomeno di polarizzazione del prodotto: da una parte c’è il cinema d’autore, molto arthouse, che si afferma spesso ai festival, ma che viene prodotto con sempre meno risorse, anche se provenienti in parte dall’estero, dall’altra il cinema d’intrattenimento che spesso coincide con la frequentazione di un genere prevalente, la commedia o il film comico.
Dobbiamo invece ampliare il terreno di tutto ciò che sta in mezzo, e in questa, per una volta virtuosa, “terra di mezzo” in cui qualità e ricerca del pubblico sono caratteristiche equamente ricercate, possono trovare posto molte tipologie diverse di film: il grande cinema d’autore, realizzato con mezzi adeguati di cui i nostri registi, oramai internazionali, Sorrentino, Garrone, Moretti, sono la massima espressione; film di genere diversi dalla commedia, al momento frequentati solo dal cinema più giovane e low budget; film di fascia “mainstream” per confezione e realizzazione ma che non disdegnino i temi più frequentati dalla vita pubblica e sociale, film per ragazzi, film d’animazione.

La polarizzazione del prodotto – da una parte il cinema d’autore per pochi , dall’altra quello più commerciale – si riverbera sulla polarizzazione dei luoghi di consumo: nel circuito cosiddetto urbano i più giovani non trovano molto prodotto a loro dedicato e, viceversa, i multiplex ospitano molto poco prodotto di qualità; questa situazione si è sempre più stigmatizzata con la crescente velocità dei tempi di consumo e di distribuzione dei film.
Il cosiddetto “passaparola”, meccanismo essenziale per i film di qualità, ma importante per tutte le tipologie, viene schiacciato in un consumo sempre più frenetico, che privilegia il luogo del consumo anziché il prodotto.

L’evidente cambiamento delle modalità di consumo è intrecciato anche ad altri fenomeni che si sono stratificati nel tempo: la scarsità di informazione e di comunicazione nelle sedi di diffusione primaria (prima tra tutte la televisione che non dedica al cinema italiano il necessario spazio nei palinsesti), l’assenza di un programma di formazione all’audiovisivo , la mancata frequentazione della sala come luogo di crescita e di socialità, l’utilizzo del prodotto audiovisivo in altre forme e modalità, quasi sempre illegali e molto poco osteggiate, la diffusione della serialità internazionale.
Per avere un nuovo pubblico dobbiamo formarlo, fin dalle prime fasi scolari.
Abbiamo davanti a noi una grande occasione: le nuove generazioni, sia quelle prese in esame dalla ricerca dell’Istituto Toniolo, che ancor più quelle successive meno condizionate dalla televisione come l’abbiamo conosciuta nel passato, fanno un grande consumo di audiovisivo.
Risulta, da indagini statistiche, che l’80% del traffico dati è consumato nella visione di audiovisivi.
I ragazzi fin da piccoli maneggiano tutti i dispositivi, sono sottoposti a una grande quantità di immagini, ma non conoscono i codici di interpretazione, non conoscono la storia del cinema e del nostro grandissimo patrimonio. Il massiccio e precoce utilizzo di immagini in movimento può portare a pensare che tutto è più facile e veloce: non è vero, tutto è più complesso e per questo è essenziale l’educazione all’immagine, un progetto che deve essere concepito nelle scuole e realizzarsi nella sala cinematografica.

Abbiamo dunque una grande occasione ma anche una grande responsabilità. Ma quest’ultima non può cadere solo sulle spalle dei produttori e degli autori. Tutta l’industria, certo a partire da chi pensa, produce e distribuisce, ma anche broadcaster, nuove piattaforme, comprendendo anche tutto il settore della formazione e della comunicazione, si deve alleare per ricostruire un dialogo con il pubblico più giovane, si deve impegnare per disegnare un immaginario più vicino e familiare al mondo dei ragazzi; si devono aprire nuove linee produttive pensate appositamente per i ragazzi; ritrovare la tradizione dell’animazione.
Un altro immaginario, insomma, è possibile.

 

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