direttore Paolo Di Maira

FONDI REGIONALI/Ad una svolta

di Alberto Pasquale


Durante l’ultima Mostra di Venezia l’Anica ha organizzato tre convegni sui rapporti tra il cinema e, rispettivamente, l’export, la finanza (tax credit e banche) e i fondi regionali.
I tre argomenti sono strettamente correlati perché riguardano tre fonti di finanziamento che, per ragioni diverse, assumono oggi elevata criticità  nel nostro paese.
In questa sede ci concentriamo solo sull’ultimo tema, partendo dai dati esposti a Venezia da Bruno Zambardino, responsabile della ricerca Evoluzione dei fondi regionali per il cinema e l’audiovisivo: vincoli e opportunità  e dalle considerazioni espresse in quella sede da Riccardo Tozzi, Presidente della Sezione Produttori dell’Anica.


Grazie alla ricerca abbiamo appreso che dalle Regioni sono arrivati al cinema e all’audiovisivo circa 30 milioni di euro nel 2009 e che dal 2003 ad oggi sono 116 i milioni pervenuti al settore.
Ci sono 25 diversi strumenti in 14 regioni e il 60% di essi è gestito dalle Film Commission, strutturate in forme giuridiche differenti (fondazioni, dipartimenti, associazioni, ecc.).
Il contributo massimo ottenibile, in media, è di 146mila euro ed è rivolto sia a diverse fasi della filiera produttiva (sviluppo, produzione, distribuzione, infrastrutture, festival e rassegne), sia a diverse tipologie di prodotto (fiction tv, lungometraggi, cortometraggi, documentari, animazione).
I fondi regionali e le varie Film Commission sono in concorrenza tra loro ed anche con i fondi regionali esistenti nel resto d’Europa, sebbene alcuni requisiti di accesso limitino la competizione internazionale. L’attrazione di investimenti esercitata da alcune Film Commission e la conseguente accresciuta visibilità  di alcune aree, a livello locale può anche assumere toni accesi, come è accaduto in Puglia la scorsa estate, dove il sindaco di Trani, con malcelata invidia e qualche pretestuosità , attribuiva ai film il boom turistico di cui ha beneficiato Lecce.
Per quanto riguarda il capitolo “finanziamento alla produzione” i fondi regionali “” è bene precisare “” non sono alternativi al finanziamento statale, né sono in grado di finanziare integralmente un’opera audiovisiva.
Sono piuttosto complementari ad altri fondi, pubblici e/o privati e intervengono prevalentemente “a chiusura” del piano finanziario, quando sono già  noti gli altri partecipanti.
Le  forme di intervento sono di diverso tipo (in conto capitale “” cioè “a fondo perduto”, coproduzione, associazione in partecipazione, prestito) e non tutte le risorse provengono da fondi regionali “dedicati”. Ci sono fondi comunitari, i FAS (Fondo Aree Sottoutilizzate), gli APQ (Accordi di Programma Quadro), fondi ordinari e fondi strutturali.
Pertanto, pur trattandosi qui di erogazioni effettuate dalle Regioni, siamo in presenza sia di fondi nazionali non erogati però dal Ministero per i Beni e le Attività  Culturali (MiBAC) ma, in buona parte, dal Ministero per lo Sviluppo Economico (MiSE), sia di fondi comunitari non erogati attraverso il Programma MEDIA.
La motivazione delle Regioni per giustificare l’attivazione di queste misure varia da una sede all’altra ma si sostanzia fondamentalmente in tre obiettivi: culturale, di crescita sociale ed economica, quest’ultima legata sia all’aspetto occupazionale diretto (attraverso l’impiego di lavoratori locali nelle iniziative) che indiretto (attraverso la ricaduta sulle attività  locali di supporto e sull’industria del turismo).


LE COMPETENZE SPECIFICHE DELLE REGIONI
La prima considerazione da fare riguarda senza dubbio lo spostamento parziale dell’origine delle risorse destinate al settore, sia “in verticale”, dallo Stato e dall’Unione Europea verso le Regioni, sia “in orizzontale”, dal MiBAC al MiSE.
Il principale requisito necessario al buon esito di questo spostamento è la presenza di competenze nelle “nuove sedi” decisionali, competenze in grado di gestire sia i processi che le istanze degli operatori privati.
La scarsità  di conoscenze specifiche spesso si aggiunge a lentezze di ordine burocratico, sia nella fase deliberativa che in quella di erogazione, e talvolta rischia di tradursi nella deplorevole concessione di finanziamenti ad iniziative o a soggetti caratterizzati da scarso “capitale organizzativo” ma elevato “capitale relazionale”.
Per superare il problema delle competenze sono percorribili due strade: la formazione degli operatori degli enti locali e/o l’attivazione di meccanismi il più possibile automatici.


 
CERTAMENTE GLI AUTOMATISMI RISOLVEREBBERO MOLTI PROBLEMI:
l’adozione di un sistema a punti, ad esempio, genererebbe in automatico delle graduatorie e non ci sarebbero eccessive difficoltà  di attribuzione delle risorse.
Il mondo perfetto, per i produttori, è un mondo popolato di risorse economiche a fondo perduto per ottenere le quali sarebbe sufficiente effettuare le riprese in loco.
Tozzi lo ha detto chiaramente: «lo scambio è: denaro contro localizzazione».
Con questo sistema, i burocrati restano burocrati e non è necessario che sviluppino competenze specifiche.
Al contrario, meno conoscono i meccanismi e i protagonisti del sistema, meglio è.


DENARO IN CAMBIO DI LOCALIZZAZIONE?
Ai produttori dà  fastidio l’ingerenza degli enti locali nei processi produttivi.
Perché mai le Regioni vogliono fare i coproduttori o i finanziatori pretendendo quote sui ricavi dei film?
Perché vogliono partecipare agli utili?
Le Regioni si limitino a «prendersi le localizzazioni», e lascino agli altri i ricavi.
E’ certamente vero che la “gestione dei diritti” richiede da parte degli enti locali determinate conoscenze e una adeguata organizzazione. Inoltre, la partecipazione alla proprietà  del film da parte dei Film Fund imporrebbe ai produttori un ulteriore soggetto al quale rendicontare i risultati economici del film.
Se però l’ente erogatore delegato al compito dalla Pubblica Amministrazione è una struttura specializzata in finanza e credito, il problema non sussiste, trattandosi di strutture che tipicamente svolgono funzioni di investimento e/o partecipazione finanziaria.
Un altro elemento da considerare sta nel fatto che raramente, in Italia come all’estero, un film produce utili.
Il principale ricavo del produttore è compreso nel budget del film e si chiama producer’s fee.
Il solo fatto di coprire il costo di produzione porta nelle tasche del produttore il suo principale guadagno.
Buona parte dei diritti vengono di solito pre-venduti e se “” caso raro – il produttore partecipa finanziariamente, lo fa attraverso mutui bancari, che hanno priorità  nella restituzione.
Ciò significa che l’eventuale partecipazione di un ente pubblico alla ripartizione degli utili è rara ed eventuale, pur contribuendo alla formazione degli utili del produttore.
Se la partecipazione è a titolo di “capitale di rischio”, spesso chi rischia è solo l’ente pubblico.
C’è un particolare che i produttori dimenticano.
E cioè che il denaro che pretendono di ottenere gratuitamente, o al semplice “costo” di una localizzazione in questa o quella Regione, proviene dalle tasche dei contribuenti.
Se questo denaro viene assegnato a fondo perduto significa che ogni anno occorrerà  spiegare (e giustificare) ai contribuenti che una parte delle loro imposte serve a finanziare la produzione dei film che vengono realizzati nel loro territorio, spesso da parte di società  la cui sede è localizzata altrove.
E bisognerà  dimostrare ai taxpayers che per ogni euro da loro versato la Regione avrà  benefici superiori a quell’euro.
La richiesta delle Regioni di partecipare agli utili è dettata dalla volontà  di creare dei fondi rotativi che si autofinanziano, almeno in parte, con le operazioni di successo.
Se il contributo è a fondo perduto, l’ente locale deve ottenere qualcosa in cambio, ed è un qualcosa spesso difficilmente quantificabile: la visibilità  del territorio, l’incremento del valore aggiunto dell’economia locale, una possibilità  di occupazione.
Altrimenti si tratta di un puro trasferimento, dai contribuenti al produttore.
Siccome si tratta di investimenti pubblici, che potrebbero benissimo essere spesi altrimenti, le Pubbliche Amministrazioni hanno il dovere di verificare che questi fondi vadano a finanziare opere che presentino determinate caratteristiche (sia culturali che commerciali) in grado di dare valore all’investimento.
Si tratta di valutare costi e benefici.
Ha poco senso finanziare opere che danno un’immagine negativa del territorio o che non verranno adeguatamente distribuite.
E’ noto che i film più adatti per la promozione turistica del territorio devono almeno avere due caratteristiche:
1) essere chiaramente localizzati nella destinazione turistica, che sia riconoscibile ed espressamente citata come luogo di svolgimento della trama del film;
2) devono consentire di enfatizzare i legami storici, culturali, letterari e simbolici in genere tra il film e il territorio, avendo un alto potenziale nel rafforzamento del legame culturale tra la destinazione e il consumatore sia a livello nazionale che internazionale.
E c’è anche da verificare se queste localizzazioni possano o meno generare benefici permanenti, vantaggi strutturali.
Altrimenti, la logica del “mordi e fuggi” si tradurrà  in uno spreco di risorse per gli enti locali.

Qualche critica è stata sollevata in riferimento a questi finanziamenti quando essi vanno a beneficio di produttori di fiction televisiva.
I produttori cinematografici sostengono che in realtà  i finanziamenti andrebbero ad alleggerire i costi dei colossi Mediaset e Rai, che sono ampiamente in grado di sostenere l’onere della localizzazione senza ricevere incentivi.
Questa considerazione è certamente vera, come è vera la maggiore facilità  per i produttori di fiction a delocalizzare all’estero (non hanno particolari vincoli di “nazionalità ” dell’opera).
Tuttavia è altrettanto vero che molte produzioni cinematografiche sono esse stesse ampiamente finanziate dai due soggetti sopra indicati, ai quali si aggiungono le majors statunitensi.
Il tema della localizzazione delle produzioni cinematografiche è comunque “” vale la pena ribadirlo – solo una delle componenti dell’intervento pubblico regionale, che si articola attraverso diversi strumenti indirizzati anche ad altre fasi della filiera e a tipologie di prodotto non necessariamente del tipo “lungometraggio di finzione” (documentari, in particolare).
Ogni Regione interviene nel settore non solo a beneficio dei produttori cinematografici “esterni” ma anche e soprattutto a vantaggio dei potenziali creativi delle singole Regioni, e delle strutture che offrono in loco eventi e spettacoli legati all’audiovisivo.
In questo discorso, una considerazione a parte andrebbe fatta per la Regione Lazio, nella quale è concentrata la maggioranza delle imprese dell’audiovisivo nazionali e per la quale vale più un obiettivo di “trattenere” le imprese piuttosto che attrarle.
E’ lo stesso problema che ha Los Angeles con le runaway productions che vanno in Canada.


LA NECESSITA’ DI COORDINAMENTO 
Una seconda considerazione in merito agli interventi delle Regioni va riferita alla necessità  di coordinamento a livello nazionale.
Si sta passando da uno “sportello unico”, quello del MiBAC, a una fitta serie di sportelli, ciascuno con le sue regole, i suoi tempi, il suo personale di riferimento.
Spesso questa frammentazione si riproduce anche all’interno dello stesso ente locale, dove più organismi si sovrappongono nelle varie funzioni.
Si creano così pesanti “costi di transazione” per qualsiasi iniziativa imprenditoriale.
Se con il solo MiBAC i tempi e le risposte erano univoci, ora ci si trova a dover combinare una serie di contatti, cercando di far coincidere i tempi e far quadrare gli importi sui quali fare affidamento.
E se questa frammentazione è problematica per gli operatori italiani, lo è molto di più per gli stranieri, che si perdono in una giungla di possibilità  che andrebbero invece coordinate da una singola struttura, dotata di adeguati poteri (di coordinamento, non gerarchici), sia per gli operatori nazionali che per quelli stranieri.
La presenza di un unico stand nei mercati internazionali, con la raccolta delle brochure delle decine di Film Commission e Film Fund operanti in Italia, ha poco senso se si vogliono indirizzare gli investitori internazionali verso il nostro Paese.
“Fare sistema” a livello internazionale, rimane uno dei punti deboli della nostra industria.


TRASPARENZA E RAPIDITA’ 
La terza considerazione riguarda le procedure, sia in termini di trasparenza che di rapidità .
Come si è accennato, uno dei problemi da risolvere in questo ambito riguarda la trasparenza dei meccanismi di attribuzione e di erogazione dei fondi, trasparenza che ovviamente andrebbe richiesta anche alla controparte, sia in riferimento al progetto presentato, che alla composizione del finanziamento e alla reputazione del richiedente. Occorre ancora una volta ricordare che si è in presenza di fondi pubblici e che l’erogazione degli stessi avviene secondo procedure codificate a livello comunitario e sottoposte al controllo di vari istituti (fra i quali, la Corte dei conti).
In secondo luogo, è di fondamentale importanza la rapidità  del processo decisionale.
Quest’ultimo spesso passa attraverso un numero di fasi troppo elevato oppure viene rallentato dalla scarsa disponibilità  di tempo da parte degli organi decisionali, ai quali viene il più delle volte richiesto di pronunciarsi su temi dei quali non hanno una conoscenza sufficientemente approfondita.
Per questo si invoca una maggiore “automaticità ” la quale, pur consentendo maggiore rapidità  e flessibilità , potrebbe determinare attribuzioni di fondi pubblici a iniziative non allineate agli obiettivi dei singoli enti.

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