direttore Paolo Di Maira

FOCUS/Il Cinema di Città  è un Brand

di Franco Montini


Sono circa settecentocinquanta gli schermi che in Italia si sono spenti negli ultimi dieci anni.
Si tratta per la maggior parte di sale tradizionali monoschermo, ubicate nei centri storici delle metropoli e nei piccoli comuni.
Il fenomeno ha inevitabilmente determinato conseguenze sull’intero mercato; nonostante la proliferazione di multiplex, il numero complessivo dei biglietti staccati nel nostro paese non cresce e gli incassi dei film di qualità , dopo un trend positivo, stanno rapidamente diminuendo.
Il fatto, come ha spiegato più volte Riccardo Tozzi– è che ad un pubblico adulto in prevalenza femminile, abituato a frequentare le sale di città , si sta sostituendo un pubblico giovanile, in prevalenza maschile, che consuma cinema nei multiplex.
Così cresce il consumo di blockbuster hollywoodiani e diminuisce quello dei film d’autore.
Proprio la sparizione delle sale di città  spiega, secondo il presidente dell’Unione Produttori, perché quest’anno il cinema italiano sia destinato a perdere una sensibile quota di mercato.


La salvaguardia delle sale di città , dunque, non è solo un problema che riguarda l’esercizio, ma tutto il comparto industriale ed è per questo che il Focus “Cinema di città “, svoltosi, su iniziativa dell’Anec, l”˜11 novembre a Roma, ha fatto registrare un’ampia e variegata partecipazione.
Tutti ovviamente d’accordo sulla necessità  di arginare la moria di questo tipo di esercizio, che rappresenta un presidio culturale, sociale ed economico.
Uno schermo attivo non è solo un’ulteriore opportunità  di incassi e di ricavi per la produzione e la distribuzione, ma anche un volano e un moltiplicatore di risorse per gli esercizi commerciali adiacenti la sala.
Per questo dovrebbero essere in primo luogo gli enti locali a garantire sostegni ed aiuti.
Qualche Comune e qualche Regione lo stanno già  facendo, ma gli interventi finora attuati si sono rivelati spesso insufficienti ed inadeguati, qualche volta impropri.
Più che inutili e modesti finanziamenti a pioggia, sarebbero auspicabili ragionati piani a medio e lungo termine, con l’attuazione di politiche atte a favorire la vivibilità  delle città : miglioramenti della viabilità  e del sistema dei trasporti; moltiplicazione di parcheggi ed agevolazioni per i frequentatori del cinema; riduzione dell’Ici e della tassa sui rifiuti urbani per le sale.
Sarebbe anche auspicabile, come ha ricordato il presidente dell’Anec Paolo Protti, tracciando le conclusioni del convegno, che pur nel rispetto delle singole autonomie locali, emergessero delle linee di indirizzo valide per tutte le regioni, per evitare il diffondersi di una realtà  a macchia di leopardo, con territori fortemente evoluti ed altri palesemente in ritardo.
Ciò vale in particolare anche sul sostegno che Regioni e enti locali possono e debbono offrire a proposito della digitalizzazione.
E’ importante, come ha ricordato l’esercente d’essai Domenico Di Noia, che proprio alle sale di città  e più generalmente ai locali in sofferenza, venga offerta prioritariamente l’opportunità  del passaggio al digitale, sia per poter offrire prodotti alternativi al cinema, sia per poter disporre in tempo utile di film competitivi.
Anche perché, ha sottolineato ancora Di Noia, nei piccoli centri le sale di città  sono anche l’unica struttura esistente, dove, oltre alle proiezioni cinematografiche, si svolgono regolari stagioni concertistiche, di prosa, di danza.
E se Francesco Giraldo, segretario dell’Acec, ha insistito sulla sussidiarietà  delle sale della Comunità , il cui destino è inevitabilmente quello di trasformarsi in strutture multivalenti e multimediali; per Angelo Barbagallo, intervenuto a nome di API, la salvaguardia di questo tipo di esercizio è elemento determinante ed essenziale per ricostruire un tessuto che permetta la rinascita di nuovo pubblico.
“La sala cinematografica- ha ricordato sempre sul fronte produttori il già  citato Riccardo Tozzi- non è una struttura che vende un prodotto; è un prodotto, un brand. Va venduta come un ristorante; deve caratterizzarsi per coerenza di programmazione, diventando anche un centro di comunicazione in grado di stabilire un rapporto diretto con il proprio pubblico”.
In altre parole, un preciso impegno è richiesto anche agli stessi esercenti, in molti casi poco interessati ad atti-vità  di promozione e comunicazione; all’organizzazione di piccoli eventi, come incontri e dibattiti; alla distribuzione di materiale critico/informativo.
Tutte cose che, invece, creano consenso e fidelizzazione. Facendosene carico a nome di tutta la categoria, il presidente Protti, che ha promesso maggior impegno da parte degli esercenti, ha richiesto, tuttavia, anche maggiori disponibilità  da parte di autori ed attori alla promozione dei film in sala e alla distribuzione maggiori disponibilità  per la programmazione di film di repertorio e il superamento di vecchie logiche contrattuali, rivendicando la possibilità  di una pluriprogrammazione giornaliera e l’abbassamento delle quote di noleggio.
In proposito, però, Michele Napoli, presidente dell’Unione Distributori appare tutt’altro che disponibile.
“Negli ultimi due anni -afferma- le società  di distribuzione hanno sensibilmente ridotto le proprie quote.
Negli altri paesi europei, con un’unica eccezione, per le distribuzioni i noleggi sono assai più convenienti.
Le richieste dell’esercizio nei confronti della distribuzione si stanno moltiplicando pretestuosamente, fino all’assurdo di rivendicazioni economiche per la proiezione dei trailer.
Ribadisco che abbiamo già  dato e non possiamo ridurre ulteriormente i nostri già  precari ricavi.
Se l’incasso di una sala non è sufficiente a garantirne la sopravvivenza, sono gli enti locali, che per motivi socio/economici, devono farsi carico di sostenere l’esercente.
Inoltre sarebbe auspicabile una maggiore utilizzazione della sala cinematografica; gli esercenti devono inventarsi qualcosa per utilizzare la propria struttura anche di mattina, con proiezioni per le scuole, incontri, convegni.
Non è possibile che una struttura venga utilizzata solo otto ore al giorno e in qualche piazza periferica addirittura soltanto per quattro o per due ore”.
Ma intanto, come ha ricordato nell’intervento conclusivo Protti, le imprese del cinema sono le uniche rimaste incomprensibilmente escluse dalle misure anticrisi varate dal governo.
Qualcuno dovrebbe forse ricordare ai nostri ministri che il cinema è, anche, un’industria.

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