DOCUMENTARI/Nasce la Divisione in RAI. DAE a Berlino


Duilio Giammaria è il direttore della Direzione Documentari della Rai, la nuova divisione del servizio pubblico nata per supportare e rendere più competitivo il documentario italiano sui mercati internazionali.

‘’Che la Direzione Documentari Rai diventi volano dell’Industria Audiovisiva Italiana in quel delicato e strategico linguaggio che è il racconto della realtà‘’. si augura Giammaria.

“Finalmente il nostro settore avrà una struttura di riferimento per i documentari” ha commentato il Presidente di DOC/IT Claudia Pampinella, “Dopo 20 anni di battaglie l’Associazione Documentaristi Italiani può dirsi orgogliosa di aver contribuito alla nascita di un comparto interamente dedicato al Documentario. Il mio augurio che la DIREZIONE DOCUMENTARI prenda ispirazione anche dalla grande tradizione autoriale del nostro paese, punto di riferimento internazionale’’.

E a testimonianza del sempre maggior fermento che questo genere cinematografico esprime, arriva in contemporanea la notizia della nascita di DAE, la nuova Associazione del Documentario Europea, che si propone di fare lavoro di lobby politica e supporto al lavoro della nuova generazione di documentaristi nel continente. Guidata da Brigid O’Shea, responsabile dell’indsutry di DOK Leipzig, l’associazione avrà base a Berlino e sarà lanciata ufficialmente il 22 febbraio, nell’ambito della Berlinale. Uno dei sui obiettivi è anche quello di integrare il lavoro dell’International Documentary Association che ha sede a Los Angeles

“Vogliamo rimettere l’accento sull’elemento politico, e responsabilizzare i fondi, specialmente quelli europei, sull’allocazione delle loro risorse e su come lavorano sul documentario come genere, visto che la struttura produttiva è completamente diversa da quella della fiction.

La DAE, che prenderà il posto di EDN, si propone di iniziare le attività con un sondaggio che permetta di avere una fotografia delle realtà che compongono il panorama del documentario in Europa, dove spesso i fondi arrivano da un patchwork di broadcaster pubblici, fatta eccezione per una manciata di documentaristi di alto profilo che spesso lavorano su commissione di giganti quali Amazon e Netflix

“Vogliamo capire quali sono le esigenze, e far in modo da non includere solo un punto di vista incentrato sull’occidente o focalizzarci solo sugli interessi franco-tedeschi o nordici, dove comunque la situazione è piuttosto buona”, precisa O’Shea. E, riaffermando la cosidetta “Età dell’oro del documentario”, aggiunge: “c’è sempre più interesse verso questo genere, ma le vendite dei biglietti nei cinema stanno andando male, e se non stiamo attenti con le piattaforme online, rischiamo che la diversità sia cancellata molto velocemente.”

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