direttore Paolo Di Maira

DIGITALE/Che Delusione!

Tv locali e sale di città. Una sottile linea rossa associa il destino di questi due ambiti appartenenti al mondo dei media che per effetto di politiche di intervento quanto meno distratte, certamente poco efficaci, rischiano seriamente l’estinzione.
Numerosi i fattori che accomunano i due settori.
Entrambi si fondano su un profondo rapporto con il territorio, entrambi ricevono contributi pubblici a tutela del pluralismo informativo (le prime) e della diversità culturale (le altre), entrambi si sono fatte trovare impreparate all’appuntamento con lo switch-off digitale, considerato da tali soggetti come una minaccia piuttosto che una opportunità.
Mentre le sale di città dall’anno prossimo dovranno fare a meno della pellicola tradizionale, nel caso dell’emittenza locale il passaggio al digitale terrestre si è appena concluso.

(foto di Pietro Coccia)

Risultato ? Tanto le prime quanto le seconde sono rimaste al palo incapaci di stare al passo con i broadcaster nazionali piuttosto che con le strutture dei multiplex, data la siderale distanza che li separa in termini di investimenti, di raccolta pubblicitaria e di strategie di marketing.

Sono tanti i fronti sui quali queste aziende stanno cercando di resistere, dallo scontro sulla nuova numerazione dei canali che ha reso “invisibili” molte emittenti, alla difficoltà di utilizzo degli strumenti del VPF e del credito di imposta per le sale. Difficoltà che stanno conducendo all’insostenibilità gestionale e ad un ineluttabile processo di “desertificazione” dai telecomandi degli utenti o dai centri cittadini. Ne scaturisce un quadro allarmante: un bollettino di guerra fatto di chiusure, cessioni fallimenti, tagli al personale, ristrutturazioni anche fra le strutture più robuste. Si dirà che è la dura legge del mercato là dove si è in presenza di scarsa competitività e incapacità di cogliere le trasformazioni tecnologiche e soprattutto di rinsaldare la relazione con i propri pubblici di riferimento.

Ma a questo punto è opportuno fare qualche distinzione. Partiamo dalle tv locali, fenomeno più unico che raro rispetto ad altri Paesi (consiglio a tutti un libro di Aldo Grasso dal titolo “La tv del sommerso”), fino a qualche anno fa quelle attive sul territorio erano più di 600 con un fatturato che nel 2008  superava i 620 milioni di euro (dati FRT) anche grazie ai generosi sussidi pubblici (la famigerata legge 448/98 sempre nel 2008 dispensava oltre 160 milioni di euro).

La cura dimagrante prescritta dell’attuale governo tecnico, la concorrenza della rete (per ogni tv locale che chiude i battenti prendono il via nei vari territori due web tv con costi di avvio e di gestione decisamente più bassi) e l’esproprio delle frequenze per far posto agli operatori di tlc (beauty contest) hanno provocato un’emorragia inarrestabile. Delle attuali 300 emittenti oggi ancora attive e con un fatturato in picchiata per il consistente calo delle risorse pubblicitarie, alcuni esperti stimano uno sfoltimento radicale che potrebbe portare a due massimo 3 soggetti di un certo rilievo in ciascuna regione. Resteranno in vita solo quelle emittenti che saranno in grado di posizionarsi in modo efficace nel nuovo habitat digitale e multicanale, di rompere i vecchi legami fatti di scambi più o meno leciti con la politica locale, e conquistare il pubblico con un’offerta di programmi informativi e di intrattenimento coerenti con l’interesse dei cittadini.

Passando agli schermi di città possiamo contare 856 cinema (strutture da 1 a 4 schermi) rimasti ancora in piedi e che coprono una quota di mercato inferiore al 27%. Nel 2003 erano 1.125 e facevano il 50% delle presenze totali. Tra i primi a lanciare l’allarme fu qualche anno fa il Presidente dell’Anica Riccardo Tozzi (“meglio un film finanziato in meno ma una sala in più dove farlo circolare”) convinto che una certa tipologia di prodotto riconducibile al cinema d’autore italiano ed europeo e ad un pubblico adulto e socialmente elevato fosse penalizzato dalla progressiva chiusura di questi spazi. Si tratta peraltro proprio di quelle strutture (principalmente monosale) che non hanno ancora digitalizzato i propri impianti.
Se una sala su due oggi è digitalizzata nel nostro Paese (l’incidenza è pari al 48%), guardando solo il segmento delle sale tradizionali la situazione è molto più critica con appena il 23% degli schermi (522 su un totale di 2.228) che hanno digitalizzato a differenza di multisale con più di 5 schermi e multiplex oramai giàal 70%, in linea con gli standard europei. Siamo di fronte ad un digital divide che rischia di tagliare fuori queste strutture nel momento in cui la domanda di pellicola subirà un crollo e i distributori (alcuni già lo stanno facendo) offriranno una quantità sempre più ridotta di prodotto in 35millimetri.
Siamo, in conclusione, di fronte al classico esempio di un processo di innovazione tecnologica imposta (dall’Europa) che ha trovato impreparati i pezzi più deboli della filiera, ma anche quelli che forse hanno resistito al cambiamento senza fare fronte comune, senza attrezzarsi per tempo.
Aver fissato una roadmap più o meno graduale non ha funzionato visti i problemi ancora sul tappeto.
Questi settori rappresentano comunque due importanti presidi sociali sul territorio che tuttavia stanno perdendo contatto con il pubblico, un pubblico sempre più anziano e che fa sempre più fatica a trovarli vuoi sui tasti del telecomando vuoi uscendo di casa dove sempre più spesso al posto della sala trovano un parcheggio, un negozio di moda o un supermercato.

La selezione e il confronto con il mercato sarà ancora lungo e mieterà tante altre vittime. Grosse responsabilità vanno attribuite anche agli stessi imprenditori, concentrati soprattutto a perpetuare le vecchie logiche di assistenzialismo statale, piuttosto che a sperimentare nuovi modelli di business anticipando i cambiamenti.

Ma forse è da porre in discussione il modello di intervento pubblico inentrambi i casi. Ci si è ostinati ad indirizzare gli investimenti – anche ingenti – esclusivamente verso la componente tecnologica mettendo al primo posto la necessità di un adeguamento delle modalità trasmissive trascurando completamente la qualità dei contenuti veicolata in termini di innovazione, di valorizzazione e sperimentazione. Per le sale il Mibac a fronte di ben 42 milioni di euro messi a disposizione sotto forma di tax credit per la digitalizzazione, destina appena 4-5 alla pro- grammazione di qualità (tra premi alle sale d’essai ed incentivi per gli schermi di qualità). Per le tv locali il sostegno pubblico è sceso sotto gli 80 milioni all’anno ma tali risorse sono erogate ancora secondo criteri obsoleti e a volte facilmente aggirati (come quello su numero effettivo di dipendenti occupati).

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sale di città costrette a fare una programmazione omologata (eterodiretta o comunque condizionata dai grandi circuiti distributivi) e che faticano a mantenere una propria identità. Emittenti locali che si trovano ora con un numero spropositato di canali che non sanno come riempire, alla rincorsa di un pubblico che non c’è più o che nel migliore dei casi si è frammentato ed è migrato altrove (canali tematici, rete) invece di costruire un nuovo patto con l’utenza fondato su contenuti informativi di qualità e radicati sul territorio. Concentrare la gran parte degli investimenti pubblici (anche regionali) solo sull’adeguamento delle infrastrutture si è rivelato un errore, come se la semplice riconversione degli impianti potesse automaticamente restituire agli operatori una programmazione di qualità tale da garantire l’interesse del proprio pubblico e richiamarne di nuovo.

Il recente varo dell’Agenda Digitale, del resto, non lascia ben sperare vista la scarsa importanza assegnata ai contenuti culturali che al contrario dovrebbero essere il cardine attorno al quale far ruotare l’intero processo di sviluppo economico e sociale del Paese.

 

 

 

 

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