BERLINALE/La Migliore Offerta è Fuori Competizione

È  “The Grandmaster” del regista e presidente della giuria Wong Kar Wai ad aprire il 63° Berlin International Film Festival, dal 7 al 17 febbraio: le arti marziali, la vita e i tempi del mentore e maestro di Bruce Lee, nella Cina degli anni 30, selezione ufficiale ma ovviamente fuori concorso.
Come fuori concorso sono “Night Train to Lisbon” di Bille August con Jeremy Irons, Martina Gedeck, Christopher Lee e Charlotte Rampling, e “Before Midnight” di Richard Linklater con Ethan Hawke e Julie Delpy.
Ricco il concorso, di cui fanno parte, tra gli altri, opere attese come “Promised Land” di Gus van Sant, il cartoon DreamWorks “The Croods” di Kirk De Micco e Chris Sanders, “Camille Claudel 1915”di Bruno Dumont, “Elle s’en va” di Emmanuelle Bercot, “Closed Curtain” di Jafar Panahi, “Side Effects” di Steven Soderbergh, “Prince Avalanche” di David Gordon Green. Fuori concorso anche “Dark Blood” di George Sluizer, film che promette di diventare il “caso” di questa edizione, essendo l’ultimo interpretato da River Phoenix, morto improvvisamente mentre le riprese erano ancora in corso.

“In tutto il mondo il cinema indipendente sta conoscendo una rinascita – ha dichiarato il direttore del festival Dieter Kosslick -. Veloce e turbolenta: la vita è dura e ingiusta, ma ancora fonte di molto divertimento”.

Evidentemente noi italiani non riusciamo a cogliere questa fase. Ancora una volta, infatti, i nostri film brillano per la loro assenza alla Berlinale: si torna alle solite, dopo un’edizione di relativa bonaccia, la passata, per cui era stato selezionato “Cesare deve morire” dei Taviani, che avevapoi (sorprendentemente, diciamocelo) vinto il festival.
E a rappresentarci sarebbero solo un pugno di titoli di giovani autori nelle selezioni collaterali e nessun nome affermato, se non fosse per la presenza di Giuseppe Tornatore e di “La migliore offerta” in Berlinale Special, in illustre compagnia con “Les Misérables” di Tom Hooper e “The Look of Love” di Michael Winterbottom, Ken Loach (con il documentario “The Spirit of ‘45”) e Jane Campion (di cui viene presentata la miniserie “Top of the Lake”).
Quali siano i problemi con questo festival sono ben noti e non nuovi: da sempre gli italiani privilegiano altre passerelle considerate più prestigiose e foriere di maggior visibilità e promozione. Inoltre quest’anno non erano forse molti i film finiti coerenti con la linea della Berlinale.
Non solo: straordinariamente, ben due film italiani erano invece presenti in concorso al Sundance, festival che per certi versi pesca nello stesso “bacino” della Berlinale: “Un giorno devi andare” di Giorgio Diritti, ambientato in Amazzonia, e “Il futuro” di Alicia Scherson, coproduzione della Movimento Film di Mario Mazzarotto con Cile, Germania e Spagna, tratta dal romanzo di Roberto Bolaño, entrambi indipendenti, di respiro internazionale, autoriali.

Con bandiera italiana a Berlino, quindi, nella sezione Forum “Materia oscura”, documentario di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, e, almeno parzialmente, la coproduzione con la Grecia “I kóri (The Daughter)” di Thanos Anastopoulos. Ci sono poi i cortometraggi “Matilde” di Vito Palmieri (nella sezione Generation Kplus) e “Al Intithar” di Mario Rizzi (coproduzione con gli Emirati Arabi inserita in Berlinale Shorts).

Per finire saranno in Germania per reperire eventuali partner coproduttivi sul mercato internazionale, Cristina Comencini e Alice Rohrwacher, i cui progetti (rispettivamente “Don’t Forget” e “Le Meraviglie. When You Were Born”) sono stati selezionati tra centinaia di titoli con altri 36 e inclusi nel Berlinale Co-Production Market.
Importante presenza la loro, che ci riporta alle riflessioni fatte durante la recente presentazione della ricerca Unindustria: “Progetto di internazionalizzazione delle imprese dell’audiovisivo” da cui si evinceva il progressivo crollo delle nostre esportazioni in materia di audiovisivi: per salvarsi – si diceva in sintesi – il nostro cinema deve trovare storie di caratura internazionale che superino lo stretto ambito locale, usare linguaggi che si adattino al mondo, stringere legami coproduttivi.
Appunto, ecco. Tuttavia – aggiungiamo noi – deve anche spingere e credere maggiormente in passerelle come Berlino e i festival internazionali in generale, avendo la forza di “fare sistema” perché i nostri film vi arrivino non per caso e non in ordine sparso.

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