VENEZIA/Quattro italiani per un Leone

Quattro film italiani in gara per il Leone: già questo basterebbe a connotare la 72esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, la cui selezione ha superato i tradizionali tre titoli nazionali.
Ma, forse, la vera novità è che la generosa scelta non si è accompagnata a rituali considerazioni sulla “vitalità del cinema italiano”.
Al contrario – nel presentare il programma- il direttore Alberto Barbera, facendo suoi i più recenti rapporti sull’andamento della nostra industria del cinema, ha argomentato che ci sono più ombre che luci, perché con risorse economiche uguali, o addirittura inferiori, in Italia si producono più film; troppi.

Difficile ricercare un senso, accontentiamoci di individuare una direzione: quella segnata, in questo caso, dal “troppo”.
E veniamo ai film, cominciando dagli italiani in gara.
Il maestro Marco Bellocchio con “Sangue del mio sangue” porta sullo schermo Alba Rohrwacher, Roberto Herlitzka e il figlio Pier Giorgio, in una fosca vicenda ambientata nel diciassettesimo secolo: la storia di una monaca murata viva nella prigione del convento per espiare una terribile colpa.

L’esordiente Piero Messina ha conquistato la fiducia di Juliette Binoche che è protagonista in “L’attesa”: l’attesa, da parte di due donne, di un uomo che è figlio dell’una e amante dell’altra.

L’outsider Giuseppe Gaudino torna a Venezia dopo diciannove anni ( “Giro di lune tra terra e mare”) con un film low budget (700 mila euro) ambientato a Napoli. Un film “sulle conseguenze dell’ignavia”, per usare le parole dello stesso regista: è il racconto della vita contraddittoria di una donna, interpretata da Valeria Golino.

Il cosmopolita Luca Guadagnino ( nel 2009 in “Orizzonti” presentò il fortunato “Io sono l’amore”) con “A Bigger Splash” si cimenta nel remake de “La piscina” il celebre film di Jack Deray del ’69 interpretato dalla coppia Romy Schneider/Alain Delon. Anche Guadagnino ha messo assieme un cast stellare: Ralph Fiennes, Dakota Johnson e Tilda Swinton.

Destinata a lasciare tracce la selezione, tra i 21 film in concorso, dei film americani. “Spiazzante”, ha enfatizzato Barbera, ostentandone la lontananza “dagli schemi del cinema americano che conosciamo”. Anche qui la rosa è di quattro titoli: “Beasts of No Nations” sui bambini guerrieri in Africa, diretto da Cary Fukunaha ( l’autore della serie tv “True Detective”), “Anomalisa”, film d’animazione sulla crisi di un uomo di mezza età di Charlie Kaufman e Duke Johnson, e “Heart of a Dog”, esordio alla regia cinematografica di Laurie Anderson.
L’artista statunitense, che in questo film rappresenta proprie dolorose esperienze – la perdita del marito Lou Reed, della madre e dell’amatissimo cane – porta a Venezia la potenza pervasiva della musica nel cinema, riproposta anche fuori concorso in “Janis”, documentario di Amy Berg sulla vita dell’icona rock Janis Joplin, finita per overdose di eroina nel 1970.

La realtà si tinge di cronaca in altri film che costruiscono il palinsesto del concorso veneziano.
E’ il caso di “Rabin, the Last Day” di Amos Gitai, sull’ultimo giorno dello statista israeliano in vita, o di “Abluka” del regista turco Emina Alper sulla violenza politica a Instambul.

Molta attesa per “Francofonia” di Aleksandr Sokurov, sul museo del Louvre durante l’occupazione nazista e per “Remember” dove Atom Egoyan rievoca i fantasmi della Shoah.
Fuori concorso va segnalato il film d’apertura “Everest” sulla tragica spedizione del ’66, diretto da Baltasar Kormàkur (ne parliamo nelle pagine che seguono) e un Johnny Depp, irriconoscibilmente ingrassato per il ruolo, che interpreta il gangster americano James Bulger (detto Whitey) in “Black Mass” di Scott Cooper.

Infine, Venezia 72. sarà più “inclusiva”, aprendo al pubblico che frequenta i Giardini limitrofi al Palazzo del Cinema con eventi collaterali, proiezioni e incontri, rigorosamente gratuiti, con personaggi non solo del cinema (è previsto anche un incontro con Vasco Rossi).

Ma l’attenzione è puntata sui 55 lungometraggi e i 16 cortometraggi in Mostra. Disegnano percorsi, indicano direzioni, si diceva all’inizio. Se poi ce ne sarà qualcuno che farà il pieno in sala o conquisterà l’ Oscar, allora tutto si gonfierà anche di senso.

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