SE L’ALTAMENTE PROBABILE DIVENTA INEVITABILE

Non poteva essere uno dei soliti convegni sulla promozione del cinema italiano all’estero, quello organizzato dalla Fondazione Economia Tor Vergata CEIS assieme all’ANICA.
Non poteva esserlo perché il nodo “Cinema e/è Made in Italy” (questo il titolo dell’incontro svoltosi nella sede ANICA il 16 giugno) andava sciolto in un momento eccezionale del cinema italiano, con una quota di mercato che nei primi cinque mesi dell’anno ha superato il 48%.
E all’estero?
Il nostro cinema non cresce, anzi, la sua diffusione diminuisce. Ma “” ha argomentato il produttore e presidente ANICA Riccardo Tozzi – si tratta di una tendenza non solo italiana: è l’effetto della globalizzazione che vede quasi ovunque prevalere la domanda di prodotto locale, identitario.
Occorre “” esorta Tozzi – entrare in una concezione del Made in Italy più sofisticata.
Il nostro Paese è di moda; ovunque, nonostante tutto, è sinonimo di eleganza: il nostro cinema può contribuire allora a rafforzare questa immagine con una più efficace penetrazione nella comunicazione. Perchè più degli incassi, ha spiegato il produttore, contano la presenza ai festival internazionali e l’attenzione dei media.
E’ pur vero “” lo ha detto con garbo Lamberto Mancini nella veste di direttore generale di Cinecittà  Studios “” che è il cinema estero girato in Italia ad aver fatto, storicamente, la migliore promozione al nostro Paese.
E se si torna a parlare ancora di “Vacanze Romane”, come ha fatto Francesco Delzio del Gruppo Piaggio (in quel film nacque il mito della Vespa), ciò vuol dire che c’è ancora tanto da fare.
Che poi il Made in Italy non possa essere ingessato in un prodotto, ma debba essere spalmato in un’atmosfera, un desiderio, “un mood”, come ha puntualizzato Manuela Kron di Nestlè, questo non fà  che rendere il lavoro ancora più impegnativo.
Laboratorio ideale è il film ” Benvenuti al Sud” , citato da Tozzi quale ottimo strumento di marketing per l’Italia.
Il film è stato venduto in una decina di Paesi, dalla Germania alla Russia, dall’Australia alla Corea del Sud.
Quale migliore occasione per mettere in pratica i buoni precetti esposti nei convegni?
Occasione mancata, sembra.
Non mi risulta, infatti, che all’uscita del film sulle piazze estere sia stata affiancata o sia prevista alcuna iniziativa di promozione del Made in Italy.
Anche il cinema era ospite di “Italia Futura” il 23 giugno al Teatro Argentina di Roma in una giornata che ha celebrato l’orgoglio della cultura italiana: un contributo al 150° anniversario dell’Unità  d’Italia da parte della Fondazione presieduta da Luca Cordero di Montezemolo. C’erano Riccardo Tozzi e il regista Daniele Luchetti, che al cinema ha affibbiato un pesante fardello: “agli occhi del futuro noi saremo come ci siamo raccontati”.
C’erano musica e teatro, editoria e beni culturali, arti visive e design; c’era l’impresa.
Dall’archeologo Andrea Carandini, all’imprenditore Diego della Valle, dalla produttrice musicale Caterina Caselli al direttore d’orchestra Daniele Gatti, al designer Paolo Pininfarina, ai curatori museali Cristiana Collu e Francesco Bonami, a don Antonio Loffredo, parroco del Rione Sanità  e direttore delle Catacombe di Napoli .
Le parole chiave – cultura orgoglio e Italia – hanno scandito valori come “conoscenza”, “crescita” e “solidarietà “.
Nell’alveo virtuoso si è immesso anche il neo ministro dei Beni e delle Attività  Culturali Giancarlo Galan, che dopo qualche ora di silenziosa partecipazione, ha preso in conclusione la parola, ammettendo:
“Non si arriva da nessuna parte se la politica e la comunità  intellettuale si fanno la guerra”.
Si direbbe “” usando una definizione di Pierre Boulez recuperata nel caldo pomeriggio romano da Sergio Escobar – che al Teatro Argentina si sia avverato il potere della cultura, che “rende inevitabile l’altamente improbabile”.


                                  Paolo Di Maira

Nella sezione: Editoriale