PIEMONTE/Parola d’ordine: Internazionalizzazione

di Chiara Gelato e Michela Greco


Diamo sostegno ai piemontesi che raccontano la loro terra e il resto del mondo”.
Potrebbe essere uno slogan quello declamato da Paolo Manera, responsabile dei documentari della Film Commission Torino Piemonte, che al cinema del reale ha dedicato un fondo regionale specifico, dal nome Piemonte Doc Film Fund, e modellato sulla base delle migliori caratteristiche dei principali fondi regionali europei, “naturalmente declinate sulla realtà  italiana”.
Prima esperienza nella penisola di sostegno al documentario per mezzo di un fondo specifico, il PiemonteDoc Film Fund è nato nel 2007 come evoluzione del lavoro sui documentari avviato da regione e capoluogo più di dieci anni prima.


“Per il 2010 il fondo ha una dotazione di 500mila euro complessivi “” spiega Manera “” che è rimasta sempre la stessa in questi primi anni di attività  e confidiamo resti su questi livelli anche in futuro.
L’importo medio che viene stanziato per sostenere un documentario è di circa 20mila euro, con un minimo di 5mila e un massimo di 40mila. Sosteniamo sia progetti piccoli nelle loro prime fasi, sia lavori più grandi e ambiziosi seguendone l’intero percorso o più tappe.
Ma non è un finanziamento a pioggia: il nostro intervento si inscrive in un sostegno più generale al settore del documentario e dei suoi professionisti, e privilegia i progetti che hanno una buona ricaduta sul territorio e sulle persone, oltre a un approccio forte, originale e capace di raggiungere il pubblico in un percorso distributivo che può essere sia commerciale che indipendente”.


Sono ben 54 i documentari sostenuti dalla nascita del fondo, di cui diversi hanno ottenuto notevole visibilità  nei grandi festival o in sala, come “ThyssenKrupp Blues” di Pietro Balla e Monica Repetto, “La voce Stratos” di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato, “Io, la mia famiglia rom e Woody Allen” di Laura Halilovic, “La fabbrica dei tedeschi” di Mimmo Calopresti e “Rata neće biti” (Non ci sarà  la guerra) di Daniele Gaglianone.
“E sicuramente, tra i progetti in progress “” continua Manera “” si possono citare vari documentari che testimoniano le realtà  del dopo-terremoto in Abruzzo”.
Finora il Piemonte Doc Film Fund ha sostenuto soprattutto opere italiane “” con i consueti criteri di valorizzazione territoriale in termini di tematiche, location e maestranze “” ma la strada intrapresa è quella dell’internazionalizzazione:
“Ci sono sempre più produzioni piemontesi che co-producono con l’estero, e questo risponde pienamente al nostro obiettivo di internazionalizzare e professionalizzare il settore del documentario in Piemonte.
Non è un caso se siamo stati chiamati a far parte di DocuRegio, un network di 12 fondi regionali europei dedicati al documentario”.
Un bilancio, dunque, davvero soddisfacente per i primi tre anni del Doc Fund piemontese, che si fregia di essere “di stimolo all’economia del documentario, aiutando i film ma anche gli autori e attirando sempre più professionisti sul territorio”, conclude Manera, annunciando con orgoglio che alcuni singoli e strutture che hanno debuttato con il Piemonte Doc Film Fund ora stanno approdando all’esordio nel lungometraggio di finzione.


Ancora più orientato al di fuori dei confini nazionali, anzi dedicato esclusivamente alla partecipazione a progetti cinematografici internazionali, è il Film Investment Piedmont, società  d’investimenti costituita con fondi pubblici per l’80% (Regione Piemonte tramite Torino Piemonte Film Commission) e privati per il 20% (della società  Usa Endgame Entertainment LCC), annunciata all’inizio del 2009.
Il FIP è a capitale di rischio ed è pensato per attivare co-produzioni o acquistare diritti di sfruttamento commerciale di film internazionali. Il primo di questi, segnalato alla fine del 2009, è “Sweet Baby Jesus”, commedia interpretata da Melanie Griffi th e Pierce Brosnan, e diretta da Steve Bendelack: una produzione per l’80% piemontese di cui è stata annunciata la partenza all’inizio di quest’anno ma di cui non è stato possibile verificare lo stato di avanzamento di lavorazione, non avendo ricevuto dal FIP informazioni in merito, al momento di andare in stampa.

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