LOCATION DIFFICILI/Carcere che passione

di Paolo Di Maira


TUTTA COLPA DI GIUDA utilizza una location “difficile”: il carcere. Hai detto in varie occasioni che sono i luoghi che fanno il film, la storia. Addirittura che per te la sceneggiatura ha un valore marginale di fronte all’empatia che si viene a creare fra luoghi personaggi e storie.
Perché ti interessa il carcere?
In carcere la prima volta ci sono entrato nove anni fa come insegnante: dovevo fare un paio di lezioni sul montaggio in un corso di formazione professionale a San Vittore, a Milano.
Dopo queste due lezioni si era creato un clima talmente positivo che mi chiesero di andare avanti.
Chiesi la qualifica di volontario con la quale entravo a San Vittore (e adesso alle Vallette di Torino) organizzando con i detenuti laboratori audiovisivi.
Quello che ho trovato dentro andava contro molti luoghi comuni.
Nel carcere è più facile cogliere quelli che sono i meccanismi della nostra società : è una situazione in cui l’uomo tira fuori il peggio e il meglio di sé e in qualche misura li mette in comune.
Chi viene da fuori, abituato a questa giostra della società , della libertà , che invece è una grande finta, se ne rende conto meglio di chi questa libertà  non ce l’ha.


Che relazione c’è con i tuoi precedenti film?
Mi viene da pensare ad un altro film girato a Torino, dentro la Mole ( “Dopo Mezzanotte” , ndr).
Sono due luoghi separati, chiusi, ovviamente molto diversi fra loro, ma entrambi hanno la stessa dinamica rispetto al mondo che sta fuori. Quindi c’è una sorta di coerenza da parte mia, una fascinazione.



Infatti, penso a “dopo Mezzanotte” ma anche ad un altro tuo film, “Guardami”: anche qui si avverte la fascinazione per i luoghi chiusi.
Sicuramente per i microcosmi.
Se è vero che i luoghi raccontano le storie meglio delle persone, è ovvio che per me i luoghi non sono sfondi ma personaggi reali.
Quindi, quando penso a un luogo penso a un luogo come un personaggio, e su quello faccio un film.
I luoghi dei miei film sono molto identificabili, possono essere luoghi chiusi oppure no, come in “Tutti giù per terra”: lì la fascinazione era per Torino.
Ma anche “Figli di Annibale”, se vogliamo, è un film su un viaggio al Sud, viaggio che è un microcosmo.
Questo vale naturalmente anche per “Guardami”, dove c’è un universo chiuso, quello della pornografia.


In “Tutta colpa di Giuda” il personaggio è il carcere?
Mi preme sottolineare che questo non è un film sul carcere, ma nel carcere.
Così come “Dopo Mezzanotte” non era un film sul museo ma nel museo. Io non ho mai pensato di fare un film sul carcere anche se ci vado da anni, perché la considero un’esperienza personale, una cosa mia.
Però ad un certo punto mi è venuta un’idea che solo in carcere aveva senso realizzare.
Sono partito da questo ragionamento filosofico: cosa sarebbe successo se Giuda si fosse rifiutato di tradire Gesù?
Il carcere è l’unico luogo dove, per ragioni facilmente intuibili, nessuno vuole fare la parte di Giuda.
Era chiaro che lì c’era una storia”¦


Cosa ha significato girare in carcere, anche da un punto di vista pratico?
Frequento da cinque anni le Vallette e ho un buon rapporto sia con la direzione, sia con i detenuti e il personale carcerario; con alcuni ho addirittura un rapporto di amicizia.
E’ in questo rapporto, che va avanti ancora adesso, che si è inserito il film.
Non è stata la tipica operazione “mordi e fuggi” del cinema che arriva all’improvviso e poi se ne va.
Questo credo sia una condizione fondamentale, anche nei confronti del DAP , il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, da cui dipendono le autorizzazioni.
Il DAP è un’entità  che è all’interno del Ministero della Giustizia ma è autonoma: è preposta alla gestione delle carceri.
Lì mi conoscono da anni, avevo già  girato dei documentari dentro, godevo già  di una certa credibilità .
L’unica loro preoccupazione era nel fatto che l’universo carcere rappresentato dal cinema e dalla fiction televisiva è totalmente diverso dalla realtà 
.Perché viene raccontato in maniera cinematografica, col secondino cattivo, il detenuto più o meno buono, la storia d’amore fra il detenuto e la direttrice…
Insomma, quella roba lì, e sullo sfondo la contrapposizione fra il bene e il male.


Pensi che il tuo film possa contribuire a trasmettere un’immagine della popolazione che sta dentro diversa dagli stereotipi?
Il carcere è uno specchio della società  che lo produce, un luogo molto articolato: è come un piccolo paese.
Le Vallette ha 1300 detenuti, più gli agenti e il personale amministrativo.
Gestire la convivenza fra tutta questa gente è un lavoro politico, quindi le linee di separazione fra bene e male, fra giusto e sbagliato sono molto confuse: è tutto un lavoro di mediazione più che di contrapposizione, non c’è Clint Eastwood ad Alcatraz.
Il DAP è stato ben contento di sapere che poteva fidarsi di qualcuno che pur non avendo una sceneggiatura, gli ha raccontato la storia, gli ha detto di voler coinvolgere tutti gli elementi del carcere, compresi gli agenti, compresa la direzione, e su questo gli ha chiesto fiducia.
Noi abbiamo fatto lavorare i detenuti, tutti assunti regolarmente, anche per la parte del catering, della falegnameria.


Possiamo parlare di “virtù dei set”? In altre parole: il cinema può contribuire “” anche in fase di lavorazione – a promuovere comportamenti socialmente utili?
La galera, date le condizioni che ci sono oggi in Italia, è uno spreco assoluto di soldi.
E i primi che lo dicono sono i direttori di carcere che fanno i miracoli per gestire situazioni in realtà  senza uscita.
Quello che manca ai detenuti è un progetto.
Loro si chiedono: cosa faccio della mia vita quando esco di qui e del mio tempo mentre sono qui?
Ecco, un film (in questo caso la preparazione è andata avanti per 6 mesi) che mobilita tutte queste energie verso qualcosa che ha uno scopo, già  fa molto.
E non nel senso che si debba capire quel che si fa – non mi illudevo che la vera storia del film che è un film sulla religione fosse condivisa dai detenuti – ma perchè già  il far parte di un film, di una macchina che si muoveva, ha tirato fuori da ognuno di loro risorse che nemmeno loro credevano di possedere; ha generato anche una competizione, una gara a chi faceva meglio le cose.


Quanti detenuti sono stati impiegati nel film?
Nella sezione che frequento io – si chiama Prometeo , è un po’ particolare e ha diritto ad alcuni benefici in più rispetto alle altre – ci sono 25 detenuti.
Alcuni hanno recitato ma anche ballato e cantato.
Poi ce n’erano altri che non volevano comparire di fronte alla macchina da presa e hanno fatto i lavori di manovalanza, come assistenti scenografi, macchinisti.
C’è stato supporto nella falegnameria e nel servizio catering che era gestito all’interno del carcere stesso.
La cosa più affascinante è che man mano che si andava avanti e si capiva come funzionava il set, si creava fiducia.
Ed era diventato quasi più facile girare in un carcere che in un’altra altra location.
Tanti cancelli che altrimenti sarebbero rimasti chiusi, lì ci venivano aperti.
C’è stata una grande flessibilità , l’ultima settimana abbiamo quasi “preso il carcere in mano”.
Io ho gestito il carcere come lo conosco, cioè non come un luogo di cinema ma come un pezzo di società .
Quando ho fatto il film sulla pornografia mi è stato detto: “figurati se è così il mondo del porno!”.
Ma io in quel mondo ci ho passato 6 mesi .
Nel carcere ci ho passato 9 anni.
Può essere che alcuni percepiscano alcune scene come irreali, ma è tutto molto fedele a come funzionano davvero le cose.
Anche per questo il DAP ha apprezzato molto il film: si fa un discorso molto negativo sul carcere in quanto legato al problema della criminalità , ma non si descrive questo mondo come un inferno.
C’è comunque un’umanità : è convivenza forzata fra un sacco di gente dalle storie più strane.


Vuoi dire che la creatività  dell’artista ha bisogno di certi luoghi? Voglio dire che per parlare delle cose bisogna conoscerle.
In genere un atteggiamento diffuso è quello di aver idee preconcette e chiedere a chi gestisce questi posti di adeguarsi alla propria visione. Questo o non può succedere, o se succede può creare dei disastri.
E’ necessario capire per raccontare.

Nella sezione: Libro e schermo