LA GRANDE BELLEZZA/ L’Equilibrio del Successo

La vittoria dell’Oscar per il miglior film straniero e l’ accoglienza che “La grande bellezza” ha avuto nel mondo si deve alla capacità di Sorrentino di  “aggiungere a un nucleo di cose confortevoli, elementi di novità che spostano del 10 % l’immagine che gli stranieri hanno dell’Italia”.

E’ l’opinione di  Lee Marshall, giornalista e critico cinematografico inglese, espressa a caldo all’indomani dell’Oscar ai microfoni di  Radio Tre: la presenza di stereotipi, considerata negativamente dalla maggior parte dei critici nostrani, è invece vista da Lee Marshall come una base solida, una soglia necessaria per accedere alle emozioni del pubblico straniero.

A Cinema & Video International il giornalista conferma questa sua intuizione, argomentando che un prodotto culturale, sia esso un film o un libro, deve necessariamente dare al fruitore straniero una conferma della visione che lui ha di quella realtà o di quel paese, ma, per funzionare, deve aggiungere qualcosa di nuovo, grazie a cui “ l’idea che tu avevi viene leggermente spostata”. Porta ad esempio Eataly, ( “che è attualmente il luogo più visitato a New York dopo la statua della libertà”), che sta spostando l’immaginario della cucina italiana verso lo slow food.

Dov’è lo “spostamento”  ne “La grande bellezza”?
“ C’è una Roma che non è turistica, quel mondo cultural-politico che viene fatto vedere dietro le quinte e che per lo straniero è una novità”. E’ un mondo col fiato corto, senza energia, che non coincide con l’idea “che noi stranieri abbiamo di Roma, come di un posto solare”.

E’, questo, il 10% che si aggiunge a quel 90% di riconferme, fatto di monumenti, “dell’immagine che abbiamo dell’aristocrazia romana”, ma – avverte Marshall –  anche di decadenza, in linea con tutta una  tradizione letteraria che dal grand tour ottocentesco arriva fino a D’Annunzio.

Lee Marshall tiene a precisare che comunque il successo di un film non può essere riconducibile ad una formula, “ perché il tipo di pubblico straniero che va a vedere il film d’autore d’importazione non gradisce i prodotti troppo ‘costruiti’”. In principio c’è il talento.

Marshall ricorda, ad esempio, la sequenza iniziale della festa, “un modo geniale di ricucire una serie di cliché, di ricomporre una certa idea che noi stranieri abbiamo di Roma: mi ha fatto tornare alla mente “Roma” di Fellini, quando Gore Vidal dice: “Roma è un ottimo posto da dove guardare la fine del mondo”.

 

 

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