I rischi della discrezionalità 

di Alberto Pasquale


In definitiva, a prima vista ci sembra che ad oggi le misure adottate siano ancora quantitativamente esigue e all’apparenza consistano in un semplice trasferimento di fondi da un capitolo all’altro del bilancio statale.
Inoltre, l’intervento esterno e la “logica di filiera”, vera innovazione di sistema, hanno subito una battuta d’arresto.
Per quanto riguarda i requisiti di nazionalità , forse si corre il rischio di frenare l’innovazione.
Certamente si limita l’orizzonte delle possibili ispirazioni creative. Ancora, se questo nuovo sistema intendeva attenuare la discrezionalità  delle erogazioni, a favore di un “corto circuito virtuoso” tra investitore e beneficiario, si profila all’orizzonte l’eventualità  che il flusso di risorse passi sempre e comunque attraverso le solite strutture e le consuete procedure.
Se si avverasse, questa ci sembra la conseguenza più grave, in quanto tradirebbe la filosofia del nuovo sistema: le risorse esterne, anziché indirizzarsi ai prodotti scelti dagli investitori, verrebbero dirottate sui film col punteggio (talvolta anche discrezionale) più alto.
Quel che conta, per l’investitore esterno, è il punteggio minimo, non quello massimo.
Se al finanziatore interessa il progetto A, con 50 punti (il minimo accettabile), investirà  in A e non in B, anche se quest’ultimo ha totalizzato 80 punti.
Occorre ridurre al minimo i margini di discrezionalità  (arbitrio?) delle varie commissioni, nei casi in cui sono chiamate a pronunciarsi.
Va evitato il rischio che la morale gattopardesca, ancora una volta, faccia capolino all’interno del sistema.


Un’ultima considerazione per quanto riguarda gli incentivi alla digitalizzazione delle sale, ancora al vaglio di Bruxelles.
Alcuni sostengono che non ci sarebbero correlazioni «tra beneficio ed aspetti di culturalità  dei film programmati nelle sale».
Come si è visto, la Commissione sta esaminando il tema.
Forse ci si potrebbe chiedere a che serve produrre (e distribuire) cultura se poi la fruizione non avviene attraverso mezzi tecnologicamente competitivi rispetto alle migliaia di alternative “non-culturali”.
A tale proposito, torniamo al già  citato testo di Giannelli, laddove parla del cinema «3 D», che lui definisce «film a rilievo»:
«Il film a rilievo è, proprio in questi tempi, in fase di pieno sviluppo e già  si profila l’eventualità  che esso sia destinato a rivoluzionare la cinematografia, così come nel passato essa venne rivoluzionata dall’avvento del film sonoro e, più tardi, da quello del film a colori.
Il problema è di portata imponente poiché comporta una rivoluzione nella tecnica delle attrezzature, nei costi, non soltanto dell’apparato produttivo ma anche dei cinematografi. 
E’ una evoluzione inevitabile e, come ogni conquista del progresso, auspicabile, ma di fronte alla quale sono destinate a soccombere le industrie di produzione meno agguerrite.
E’ dunque un campo in cui occorre essere presenti, ma che richiede un elevato potenziale industriale.
Un potenziale industriale raro in Europa, oggi.
Ma è un potenziale industriale perseguibile attraverso la solidale ed armonica collaborazione ed integrazione delle industrie di produzione europee». Correva l’anno 1953″¦

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