GIRARE IN VALLE D’AOSTA/Location fuori dal tempo

Una location fuori dal tempo e da uno spazio geograficamente connotato”. E’ così che vedremo la Valle d’Aosta in “Sui generi” la nuova serie tv firmata da Maccio Capatonda per Sky.
La definizione è di Erica Mazzucchelli, coordinatrice di produzione per Lotus Production, che ha girato in Valle d’Aosta dal 29 novembre al 2 dicembre una delle otto puntate, de- dicata al fantasy.

“Eravamo alla ricerca di un castello, e volevamo location reali, non ricostruite, con un’impronta da kolossal, e un’aria di internazionalità, che non facessero pensare all’Italia. La film commission ce ne ha fatti vedere molti, e la scelta è caduta su Castel Savoia a Gressoney, castello molto disneyano, con i suoi torrioni a punta. E’ stato molto importante avere la gratuità della location, grazie all’intermediazione della Film Commission e, in generale, la disponibilità costante di Monica Amato e di Alessandra Miletto. La loro presenza mi ha dato tranquillità, ci ha fatto sentire sempre appoggiati, nella ricerca degli hotel, di professionisti da consigliare…”. La troupe, composta da una quarantina di persone, si è avvalsa infatti anche di competenze locali: “per esempio del Carnevale Storico di Verrès, che ha esperienza nel vestire i panni medioevali, di Andrea Gallo, un dronista che ci ha fatto anche da location manager, di macchinisti, elettricisti, runner locali, e di una trentina di comparse.”

Della unicità delle location parla anche Gianluca Leurini, line producer di “Kingsman: the Golden Circle”, il blockbuster della Marv Films girato nel 2016 con la produzione esecutiva italiana della Eagle Pictures. Alcune sequenze del film, diretto da Matthew Vaughn con un cast stellare (Julianne Moore, Elton John, Colin Firth, Je Bridges e Channing Tatum) sono state girate sulla Skyway di Courmayeur, “ una della funivie più belle del mondo”, capolavoro d’ingegneria d’alta montagna. Qui è stata gira- ta una scena d’azione ad alta densità adrenalica, con una sparatoria, una cabina che si stacca…

“La disponibilità della Skyway non è cosa facile da ottenere” e l’intermediazione della Film Commission “è stato un aiuto prezio- so”. Leurini aveva già avuto rapporti con la struttura guidata da Alessandra Miletto, nel 2014, durante le riprese di un altro blockbuster d’azione girato in Valle d’Aosta: il remake di “Point Break”.

“Scegliemmo la Valle d’Aosta anche grazie al supporto di una guida alpina molto esperta, Matteo Pellin: a livello di servizi sulla neve e in alta quota qui ci sono le eccellenze del mondo”, sottolinea Leurini, che aggiunge: “E’ stata proprio la Film Commission a ricontattarmi, quando la produzione di “Kingsman: the Golden Circle” si è rivolta a loro in cerca di un line producer che coordinasse 6 giorni di produzione intensissimi, che hanno richiesto elicotteri, una società che innevasse la funivia, 300 persone alloggiate, e quasi 200 comparse.” Il line producer è tornato nella regione la scorsa estate, quando ha accompagnato alcuni produttori inglesi in un location scouting: “avevano bisogno di castelli per un prodotto western, e la mia mente è corsa subito qui, a questi luoghi dove si potrebbero girare davvero cose meravigliose”.

E’ alla sua seconda esperienza in Valle d’Aosta anche Marco Mastrogiacomo, organizzatore generale di “Rocco Schiavone”, la serie televisiva prodotta da Cross Production per la Rai, con Marco Giallini nel ruolo del burbero e cinico vicequestore romano di stanza ad Aosta, creato dalla penna di Antonio Manzini. Dopo la fortunata prima stagione, andata in onda su Rai 2, la troupe è tornata a girare in Valle d’Aosta la seconda serie di episodi a ne ottobre 2017, per 5 settimane.

“Praticamente la metà del tempo rispetto allo scorso anno, intanto perché le puntate erano 4 e non sei, e poi perché abbiamo ambientato una puntata e mezzo a Roma per raccontare i dieci anni precedenti del vicequestore Schiavone: si indaga su di lui, andando indietro nella sua storia fino a prima dell’uccisione della moglie. Abbiamo dovuto girare a Roma in settembre, e in Valle d’Aosta a ottobre: visto che c’era poca neve ci siamo concentrati sulla città di Aosta, e, ad eccezione di qualche ripresa con i droni verso il Gran Paradiso, abbiamo raccontato un paesaggio più autunnale.”
Di solito i droni devono essere specifici per le riprese cinematografiche, “devono saper panoramicare la macchina da presa, ad esempio, – spiega Mastrogiacomo,- ma quando ho saputo che c’era un dronista ad Aosta, – Luis Cinalli, della Monte Bianco Droni di Quart-, l’ho contattato, e ci siamo accorti che la cosa era fattibile, era solo questione di fare un po’ d’esperienza. Alla ne l’ho portato anche in Friuli per l’ultima settimana di riprese, e se tornerò ad Aosta vorrei lavorare ancora con lui e i suoi operatori, Mattia Fabiano e Ivano Guglielmi”.

Molto impegnative e in alta quota, invece, le riprese della prima stagione, dove una delle location principali è stata Pila, la montagna di Aosta: “al campo base si arriva con 45 minuti di macchina, ma per raggiungere le piste abbiamo dovuto usare gatti delle nevi, motoslitte, trasporti eccezionali che ci sono stati forniti gratuitamente. Questo è stato possibile grazie all’intermediazione della film commission, che ci ha aperto i canali con le amministrazioni e ci ha dato una grossa mano anche per girare in luoghi davvero estremi.”
La prima stagione di “Rocco Schiavone” è servita anche per gettare le basi per la formazione di maestranze locali “truccatori, costumisti, macchinisti elettricisti, assistenti operatori, gente che non aveva fatto questo lavoro, e che, per la maggior parte, abbiamo ripreso a lavorare con noi quest’anno. Abbiamo usato anche molte comparse, circa 400. E ad Aosta, in generale, ho trovato una grandissima collaborazione da parte della gente, che mi ha riportato un po’ indietro nel tempo, all’atmosfera che c’era a Gubbio, quando lavoravo a Don Matteo, dove la gentilezza e il supporto della comunità era straordinario.” Le riprese hanno visto anche il coinvolgimento dell’autore dei romanzi da cui la serie è tratta: “Manzini conosce ogni angolo di Aosta e della valle in generale, ed è estremamente preciso sulle location nella scrittura, ci ha seguito da vicino nelle riprese dandoci un aiuto prezioso.”

La profonda conoscenza del territorio ci svela l’altro volto cinematografico, più intimista, della Valle d’Aosta, per forza di cose legato all’esperienza degli autori locali, che grazie alle possibilità date dal fondo, stanno acquisendo sempre maggiore professionalità e visibilità.
“E’ una questione di prossimità: raccontare un territorio diventa più importante se lo conosci o ti ha trasmesso qualcosa di importante, soprattutto perché questo non è un luogo ricreabile”. Nelle parole di Alessandro Stevanon, giovane e promettente regista valdostano, troviamo anche le ragioni della vocazione documentaristica della regione, che infatti ha dedicato al documentario un fondo ad hoc, attivo dal 2012: “in queste valli sono rimaste nascoste tante piccole grandi storie, di popolazioni che anche per ragioni ambientali e geogra che non hanno avuto molto scambio con l’esterno, storie sorprendenti e inaspettate. Un contenitore che finora sembra inesauribile e che ha fatto sì che la maggior parte di noi autori si dedichi al documentario.”

Proprio il primo Doc Film Fund, ha dato a Stevanon il riconoscimento internazionale, ottenuto per il documentario corto “America”, che ha avuto la sua anteprima a Clermont Ferrand, unico italiano in concorso, l’anteprima italiana al BiFest di Bari, dove ha vinto il premio Michelangelo Antonioni come miglior cortometraggio, ed è stato in più di 100 festival, in 21 paesi, conquistando 23 premi: “Il bando ha creato un approccio più industriale al cinema, professionalizzando i talenti locali: fino ad allora i finanziamenti pubblici regionali non richiedevano una progettualità, per cui tanti prodotti anche belli sono stati nanziati e realizzati ma poi sono rimasti senza distribuzione. Il bando invece ti costringe a pensare anche a una possibile distribuzione prima di presentare la domanda, ad avere contatti con i festival, le tv. Questo ha portato ottimi risultati: molti dei documentari finanziati hanno fatto il giro dei festival nazionali, internazionali e sono passati nelle televisioni, anche estere.”

Altro tratto caratterizzante della Val d’Aosta è il suo essere terra di confine. E questo, sul piano audiovisivo, favorisce le co-produzioni, nazionali e internazionali: cosa importante, dal momento che la maggior parte degli autori valdostani è anche produttore dei propri film. Conferma Stevanon:“lavoro molto con la televisione Svizzera, e, in Italia, con il Piemonte: sono stati proprio dei piemontesi, la Redibis Film di Torino di Daniele Segre e Daniele De Cicco, a produrre il mio ‘ritorno’ alla finzione’, “Il Tratto”, corto vincitore del Bando Migrarti, che dopo l’anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, e la presentazione al Torino Short Film Market, inizia il suo percorso nei festival e nella distribuzione internazionale (le vendite estere sono curate dalla Lights On di Torino, n.d.r.)”.
Transfrontaliera è anche “Sagre Balere”, storia on the road fra le balere del Nord d’Italia, che ha coinvolto 6 territori e 5 lm commission: Valle d’Aosta (che l’ha supportato con 15 mila euro), Lombardia, Liguria, Piemonte, Emilia Romagna; ha avuto la sua anteprima al Visions du Réel di Nyon, e ha vinto il Bellaria Film Festival.

La più recente call del Doc Film Fund, scaduta il 18 dicembre, sosterrà un nuovo lavoro documentario, diretto e prodotto da Stevanon e girato ad Aosta, che racconta, attraverso il fil rouge della dipendenza dal fumo, la storia di otto persone alla ricerca di un riscatto.

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