DELOCALIZZAZIONE1/La Parola ai Produttori

di Adriana Marmiroli


I dati, quelli dichiarati dai sindacati di settore, attori e maestranze, sono allarmanti.
Riguardano la delocalizzazione all’estero dei set di film e fiction di produzione italiana relativi al periodo 2008-aprile 2010, e indicano che, a parte la necessità  obiettiva e narrativa di alcuni set di ricorrere a scenari diversi da quelli del nostro Paese, il fenomeno di andare a girare oltre confine per ragioni per lo più riconducibili ai costi, è in crescita progressiva, anche nel breve periodo.
Ovvero: nel 2008 hanno lavorato 22 produzioni per 244 settimane di riprese di cui 139 sono state effettuate in Italia e 105 all’estero (590 i lavoratori esteri coinvolti, per una perdita complessiva di giornate lavorative per gli italiani che ammonta a 16.980); nel 2009 hanno lavorato 22 produzioni per 216 settimane di riprese, 106 settimane in territorio italiano, 110 all’estero (710 i lavoratori esteri coinvolti, la perdita di giornate lavorative per gli italiani sale a 25.740); nel 2010, da gennaio ad aprile, sono 17 le produzioni e 192 le settimane di riprese, ma il dato impressionante è che solo 57 sono state effettuate in Italia, 135 all’estero (535 i lavoratori esteri, 31380 le giornate perse per gli italiani).
In termini di mancati redditi, proventi per società  “contigue” e tasse per lo Stato, si tratta di decine di milioni che hanno preso una strada diversa da quella di casa nostra.


In un momento di crisi è un campanello d’allarme: il comparto della produzione audiovisiva potrebbe entrare in una vera e propria recessione dai costi ben altrimenti quantificabili.
«La delocalizzazione attuale – paventa Carlo Bixio – colpisce il lavoro futuro». Basta vedere in altri ambiti produttivi cosa abbia significato la delocalizzazione della produzione: talvolta non solo la morte delle imprese, ma anche del tessuto socio-economico di intere regioni e comparti.


«La fiction ha portato nuova linfa e figure professionali altamente qualificate: il rischio è di vederle sparire nuovamente». Come ritiene Giorgio Schottler di Artis (“Il sorteggio”, “Io e mio figlio”): «portare fuori la nostra specializzazione, il nostro know-how, può solo andare a nostro detrimento».


Se quei dati riguardano sia cinema che fiction, è anche vero che, dopo anni di crescita progressiva degli investimenti dei broadcaster, si stanno stringendo i cordoni della borsa, a causa del crollo degli introiti pubblicitari: meno soldi da spendere in fiction, ma non per questo meno ore da collocare in palinsesto.
Anzi.
Se prima si temeva che i reality con i loro bassi costi avrebbero colonizzato le serate tv, ora è accertato che continua ad essere la fiction nazionale la grande beniamina del pubblico, la sola che, con lo sport e Sanremo, torna a portare i grandi share davanti al televisore . Insomma, mai come ora: tutti sporchi e subito, i soldi.
Il che può significare varie cose: ottimizzazione dei costi (le serie “evento” in due puntate diminuiscono drasticamente a favore di quelle di durata medio-lunga: Mediaset già  lo fa), compressione dei tempi realizzativi con conseguente rischio per la qualità  produttiva, livellamento del prodotto, cambiamento della tipologia produttiva (si punta, molto più che in passato, su tv movie da 120 minuti per testare il gradimento del pubblico, e solo in un secondo tempo si da il via al prodotto seriale vero e proprio. Cosa in sé non negativa, come dimostrano gli americani che ne fanno ampio uso, se non rendesse aleatorio, costoso e scarsamente remunerativo, l’investimento ideativo).
Oppure, appunto, si va a produrre inpaesi che abbiano esperienza pregressa e strutture cinematografiche funzionanti e costi sensibilmente inferiori ai nostri: l’America latina (in particolare l’Argentina), gli stati dell’Europa dell’Est, soprattutto quelli comunitari, in cui è più facile operare.


Matilde Bernabei, presidente di Lux Vide che da anni ha propri studios in Tunisia, sostiene che mai come ora sarebbe necessario rimanere in Italia a lavorare.
In Tunisia Lux Vide va solo per produrre quelle serie che hanno bisogno di certe scenografie e di ben precisi contesti (è ben noto che gli studi sono di fatto una piccola Roma antica).
«Un anno fa circa – ricorda – abbiamo aperto degli studi a Formello, alle porte di Romaa dimostrazione del nostro convincimento».
Vi sono stati girati ad esempio “Don Matteo 7” e “Ho sposato uno sbirro”.

Anche Schottler che si appresta ad aprire il set di “Mission. Italiani di pace”, 6 serate da 100 minuti ambientate tra le nostre truppe in Afghanistan, dice che il grosso delle riprese lo farà  in Sardegna.
«Starò in Italia finché potrò: la Rai è il mio committente, quelli che ricevo sono soldi pubblici, cioè nostri, non trovo corretto spenderli altrove».
«Considero un impegno di carattere sociale restare in Italia – sostiene Bixio – . Ma se non cambia il sistema di lavoro sarà  impossibile restare. Girare “Sissi” in Germania mi è costato meno che in Italia. Ci sono professionisti puntuali, precisi, veloci. ».


Concorda Bernabei:
«Se non cambia l’approccio dei sindacati, faremo sempre più fatica a restare».


Ecco, la parola è stata detta: i sindacati e le maestranze.
Perchè le produzioni restino in Italia, per non rischiare l’azzeramento di una tradizione e di competenze vecchie di decenni, sarebbe necessario che tutti facessero un passo indietro (senza passare alla deregulation più totale) e accettassero di rivedere certe regole.
Lanciare il sasso e nascondere la mano non serve.
«E’ tutto un sistema che ci impedisce di abbassare i costi, le varie categorie di lavoratori ce lo impediscono -, chiosa ancora Bernabei -. Ma se non c’è la disponibilità  di tutti, è il sistema intero che si blocca». Approfondisce Bixio:
«Sarebbe necessario che si rivedessero i contratti di lavoro. Non è possibile che per cinema e fiction siano gli stessi, soprattutto quando si parla di lunga serialità  Â».


E le modalità  di lavoro, la continuità  dei contratti sono di tipo completamente diverso: il cinema è tutto e subito, la serie un’attività  a tempo indeterminato.
Molti sostengono che si potrebbe cominciare a tagliare a partire dai costi dei “soliti noti” sempre utilizzati in cartellone (autori e attori) e che fanno lievitare i budget.
«Sarebbe bello far crescere volti e nomi nuovi, ma sono i committenti stessi che di fatto ti impongono certe scelte e non sono tanto disponibili alla novità Â».
Il nome di richiamo nei titoli di testa è garanzia di attenzione da parte del pubblico: ancora più che nel cinema, la nostra fiction ha creato piccoli fenomeni di divismo.


Che lo Stato faccia la sua parte, non con interventi diretti di sussidio economico, ma detassando, agevolando, snellendo, trattando il comparto audiovisivo come qualunque altro settore produttivo di rilievo nazionale.
«Il legislatore? – si chiede polemico Bixio, riferendosi agli ultimi “aggiustamenti” legislativi – Bondi ministro della Cultura è contrario, eppure la legge passa lo stesso…».


E se qualche nuovo soggetto si facesse avanti a dare una mano e rallentare l’emorragia?
Il product placement per ora è ancora in alto mare: si farà  mai? Sarà  il toccasana che tutti sperano?
Il cinema – pare di capire – ne ha ricavato solo briciole. Ma tutto fa…
E le Film Commission?
«A parte il Piemonte che interviene (e paga) nel momento di massima esposizione, cioè mentre stai producendo, le altre non funzionano ancora bene», secondo Schottler.
Rifondono tardissimo, o anche mai: è capitato.
«So che il ministero del Turismo – dice ancora – sta operando per vedere se è possibile coordinarle e rendere più concreto il loro intervento sul territorio. Ma per il momento ci sono procedure complesse, burocratiche, anche confuse».
Stessa cosa per raggiungere i film fund di cui alcuni assessorati si sono dotati.
Più tranchant Bixio.
«Gli enti locali non hanno abbastanza risorse per incidere davvero. I film fund potrebbero essere la strada, ma ancora: le risorse quali sono?».

Sui limiti delle Film Commission, la conferma arriva anche dalle dirette interessate.
Dice Andrea Rocco della Genova Liguria Film Commission:
«Inutile creare illusioni. In un momento in cui le Regioni devono tagliare su servizi essenziali, come giustificare che aumentino gli investimenti per la produzione di film o fiction? Così non è pensabile che possa cambiare il nostro tipo di intervento».
Maurizio Gemma, direttore della Film Commission Regione Campania e presidente dell’associazione delle Film Commission italiane, lascia intendere che una strada praticabile sarebbe quella di attrarre dall’estero produzioni in Italia che controbilancino la fuga di quelle nostrane.
«Abbiamo panorami unici. Si potrebbe pensare a un’inversione di tendenza? Per questo stiamo organizzando un forum a fine ottobre rivolto proprio agli investitori esteri, perché vengano a produrre in Italia. Con la contrazione della spesa e delle disponibilità  delle Regioni, sarebbe almeno auspicabile che si rendessero disponibili meccanismi di tax credit e altri accorgimenti di sgravio fiscale».


In tutto questo i broadcast come si pongono?
La Rai è molto più “tirata per la giacchetta” per via del suo essere ente pubblico e finanziato con denari pubblici che non dovrebbero finire oltre confine.
Luca Milano, direttore marketing di RaiFiction, sostiene che in Rai si preferisce e si sostiene il fatto che le riprese siano fatte in Italia, fermo restando che esistono «eccezioni palesi», dovute a ricostruzioni ambientali o a sfondi da noi impossibili, e cita i casi della serie “Imperium” di Lux Vide, o di “Terra Ribelle” di Albatross, che ha girato in Argentina.
Luca Milano dice comunque che si tratta sempre di scelte dei produttori, su cui la Rai più di tanto non può intervenire. Basta che non vengano superati certi livelli e la qualità  non ne soffra. Insomma nessun obbligo, solo una sorta di “moral suasion”.

Nella sezione: Libro e schermo