Che bel cinema, che brutta Italia

L’ultima notizia è che per protesta contro l’eliminazione delle misure d’incentivo fiscale per il cinema decisa dal Governo, il cinema italiano boicotterà  tutti i festival nazionali, non mandando film a Venezia, Roma, Torino.
Una protesta durissima, senza precedenti, che ci auguriamo possa indurre il governo a tornare sui suoi passi.


Oltre la contingenza, il segnale è preoccupante, perchè avverte che gli spazi del dialogo, della negoziazione, sono sempre più angusti.
Questa è un’ Italia brutta, in buona compagnia di storie e personaggi che popolano il cinema dei Verdone e dei Virzì, dei Munzi e dei Garrone.


Il quartetto, sapientemente condotto da Goffredo Fofi e da Paolo Mereghetti, era a Castiglioncello lo scorso 21 giugno.
Titolo dell’incontro “l’Italia si racconta”, appuntamento conclusivo della quarta edizione di “Parlare di Cinema a Castiglioncello”, un’iniziativa voluta e promossa dal Comune di Rosignano Marittimo e dalla Fondazione Corriere della Sera, e curata da Paolo Mereghetti.


Punto di partenza dell’incontro un apparente paradosso: ” Il momentaccio dell’Italia partorisce un cinema più interessante”, ha detto Virzì, autore comico con Verdone, anche lui sul palco assieme a due autori “tragici”, per usare la categorizzazione di Fofi: Francesco Munzi e Matteo Garrone.
Su questo cinema corre un’aria di paura, di sgomento: sia essa la paura dei romeni de “Il resto della notte” di Munzi, o la paura del futuro dei ragazzi del call center di “Tutta la vita davanti” di Virzì, o la paura del ragazzino di “Gomorra” di Garrone costretto ad un futuro da delinquente, o il ripiegamento cinico dei personaggi di “Grande, grosso e Verdone”.
“Il disorientamento che ha preso anche chi narra, ha prodotto punti di vista imprevisti e sorprendenti. L’angoscia che c’è nell’Italia sta sicuramente riverberando nei nostri film.” dice Virzì, e Fofi ordina in concetto: “Raccontare l’Italia di oggi significa voler capire molti strati sociali, molta diversità , senza le certezze e i filtri dell’ideologia”.


Questo nuovo cinema italiano “è una sorta di panoramica, uno sguardo acuto, serio e rispettoso della realtà , che vuole penetrare il disagio collettivo attraverso molte facce”.
La coralità , assieme alla sospensione del giudizio, allo scrupoloso lavoro d’inchiesta che precede le riprese, sono la nuova linfa che attraversa questi autori.


Un prisma, definisce il suo film Francesco Munzi, partito da un fatto di cronaca e approdato alla dimensione collettiva di un “mondo anestetizzato sotto una coltre di normalità “, per descrivere il quale occorre “accomunare piuttosto che dividere”.
Confessa: “non riuscivo a creare eroi, ho creato una mescolanza contraddittoria tra bene e male”.



Matteo Garrone ammette con candore: “Ho fatto Gomorra non perché pensassi di fare un film d’impegno sociale, ma perché avevo voglia di raccontare delle storie di alcuni personaggi dentro una realtà  che non conoscevo, quella della camorra. L’aspetto dell’impegno sociale per me è secondario”.
Garrone mette la parola fine al film di denuncia, chiosa Fofi , che non è servito a niente, perchè non ha cambiato la realtà .
Garrone è autodidatta, prima era un pittore figurativo, dipingeva a olio:”per arrivare a una certa tonalità  avevo l’abitudine di lavorare attraverso vari strati di colore.
Adesso che faccio cinema, vado a girare, poi monto, vedo quello che mi piace, poi torno a girare, e rimonto”¦ fino a quando non sono convinto che l’opera abbia preso una sua forma, una sua compiutezza”.
Un modo di lavorare, quello di Garrone, che già  fa scuola.
“Sono come un allenatore di una squadra di calcio che sceglie i giocatori giusti da mettere in campo e la loro disposizione.
Poi a quel punto, cerco di fare accadere qualcosa davanti alla macchina da presa”.
La lavorazione di “Gomorra” è durata sei mesi, un tempo enorme, ma necessario per capire, negoziare,calarsi nel territorio.
“Sono stato un mese e mezzo a girare dentro le Vele di Scampia quasi abbandonate; era come se girassi in un grande teatro di posa che di volta in volta ricreavo”.
La partecipazione della gente del luogo è stata fondamentale: ” Mentre giravo, dietro il monitor c’erano sempre una cinquantina di persone.
Era il mio primo pubblico, che si emozionava, approvava, criticava.
Per me è stato un test fondamentale”.


“Il cinema italiano tornerà  ad essere grande solo attraverso film corali”, predice Verdone, “Ritorna l’opera d’arte collettiva”, garantisce Fofi.
E lo sguardo va ai più giovani Munzi e Garrone, perplessi, che a loro volta, nei loro film, hanno affidato a dei ragazzini il loro sguardo più sincero sul mondo: è qui la speranza.


C’è da aspettare un po’.


                                    PAOLO DI MAIRA

Nella sezione: Editoriale