AMERICAN FILM MARKET/Jonathan Wolf traccia un bilancio

Negli ultimi giorni dell’American Film Market abbiamo incontrato il direttore Jonathan Wolf, per fare con lui un bilancio del mercato, raccogliendo gli spunti sui cui, rivela, inizierà a lavorare a breve, per costruire la prossima edizione dell’AFM. Partendo proprio dalla più importante novità di quest’anno, il Location Expo, che ha riunito a Santa Monica 61 di film commission da tutto il mondo.

“Le film commission ci dicono che qui ci sono i produttori che vogliono incontrare, i location show che ci sono in giro hanno un pubblico piuttosto locale, mancava una fiera che portasse questo parterre di professionisti internazionali provenienti da 40 diversi paesi. Abbiamo venduto tutti gli spazi, tanto che alcuni hanno dovuto accontentarsi solo del badge, e riorganizzare lo spazio sarà una delle priorità del prossimo anno.
Stiamo pensando a stand piccoli, dove fare meeting one to one, perché la maggior parte delle film commission ha bisogno di un solo rappresentante, ed è importante ricordare a chi conosce poco questo mercato, che dell’AFM è bene sfruttare tutti e sette i giorni, non due o tre  come fanno molti in altri mercati. Ci sono produttori che sono accreditati solo per gli ultimi quattro giorni, dal sabato in poi, quindi il consiglio per le film commission è che è più efficace avere una persona per 7 giorni che due persone contemporanemente per 3 o quattro giorni. Anche perché la cosa più onerosa dell’AFM è sicuramente il viaggio, e credo sia più importante quindi poi sfruttare al massimo il tempo a disposizione. Oltre ai produttori accreditati poi, le film commission hanno la possibilità di incontrare tutta la ‘comunità di Hollywood’ che passa di qui senza fare l’accredito, proprio perché lo spazio del Location Expo era accessibile da tutti.”

E al suggerimento, ricorrente nei commenti dei film commissioners (vedi l’articolo) di organizzare più eventi dedicati alle film commission e agli incentivi, Wolf risponde così: “Quando guardi un programma in tv, magari vedi la pubblicità di un sapone, il pubblicitario però non chiede che nello show si parli di sapone, ma di avere l’audience giusto per il suo prodotto. E’ un po’ la stessa cosa: con le nostre conferenze, i workshop, abbiamo costruito qui l’audience (circa 700 partecipanti a ogni conferenza) a cui le film commission sono interessate. Abbiamo provato in passato a organizzare panel dove ognuno aveva a disposizione dieci minuti per parlare dei propri incentivi, ma erano scarsamente frequentati, perché i produttori li percepivano come ‘messaggi pubblicitari’ appunto. Il cuore dell’AFM è la discussione personale sul singolo film e su come in concreto può beneficiare degli incentivi esistenti, è poco efficace parlare invece di incentivi per film che ancora sono lontani dall’essere realizzati. C’è poi una cosa in più che offriamo alle film commission: queste sono le uniche a cui diamo accesso per quattro giorni ai Cocktail Carousel che organizziamo a fine di ogni giornata di mercato. I buyers e i distributori non sono invitati, i produttori invece sì, e possono scegliere un giorno solo a cui partecipare, per cui le film commission ogni sera hanno la possibilità di fare network con circa 500 produttori diversi.”

Fra i panel, il più affollato è stato sicuramente “Women in Film”, sia per la presenza di attrici come Geena Davis, sia perché il tema è in questo periodo caldissimo, dopo il Weinstein affair. Tanto caldo che i daylies del mercato hanno dedicato qualche articolo alla reazione degli operatori per la mancata presenza di Weinstein all’AFM. Cosa che secondo Wolf, non ha niente a che vedere con l’andamento del mercato stesso: “Molte compagnie hanno cambiato le loro strategie distributive nel corso degli anni, e hanno deciso di non venire più all’AFM, o, al contrario, hanno iniziato a frequentarlo, e nessuno ne hai mai scritto. Le società vanno e vengono, il mercato è in costante cambiamento, e quella di Weinstein è una questione puramente individuale e circostanziale.”

Quello che invece Wolf individua come macro-trend è un graduale ritorno alla stabilità del mercato, grazie a una maggiore sicurezza dei buyers, che iniziano a riacquistare fiducia nel fatto di “riuscire a vedere oltre l’orizzonte, e a determinare il valore di un film a lungo termine.” Cosa che l’arrivo dei subscription services come Netflix aveva totalmente mandato a gambe all’aria: “la crescita di questi nuove piattaforme ha determinato, ad esempio, che i film sparissero dalla televisione, e che la televisione dunque si dovesse riorganizzare secondo altri modelli. Sembrava che i buyers non  fossero più capaci di predire quale sarebbe stato il valore di vendita a lungo temine di un film, a 15 anni dall’uscita, ad esempio. Quest’incertezza li faceva essere molto cauti, adesso invece si sentono più in grado di capire l’andamento del mercato e sono tornati a fare offerte. Forse può rappresentare un problema il fatto che le decisioni di produrre i film presenti qui sono state prese qualche anno fa, in condizioni di mercato diverse, ma il mercato non è buono nè cattivo in sé, ogni film può essere venduto, l’importante è saper capire le necessità e le  caratteristiche del mercato nei diversi momenti.”

E i numeri, infatti, confermano una leggera crescita: delle società di vendita (+ 17%), degli screenings (+10%) e della frequenza generale al mercato (+6%).

Altra novità di quest’anno (assieme agli AFM on demand screenings) è stato il workshop di sceneggiatura, a cui Jonathan Wolf tiene particolarmente, così come alla sessione dedicata ai pitching, che il direttore a ragione definisce “la mattina più divertente del mercato”, dove una quindicina di esilaranti pitch selezionati viene giudicata da esperti produttori (quest’anno l’esecutive producer Tobin Armbrust, presidente di Virgin Produced e il produttore indipendente Cassian Elwes). Grande importanza alla scrittura quindi, e più specificamente a ciò che Wolf  definisce lo “Hollywood storytelling”: “non mi piace che l’AFM sia considerato ‘americano’ in generale, ma voglio che lo sia nella scrittura, per questo chiamiamo professionisti in grado di fornire un’istruzione per così dire hollywoodiana, provenienti dal mondo dell’università di Los Angeles. E in generale ci piace pensare a tutti i nostri workshop come lezioni universitarie: certi temi, di cui si ha bisogno, non cambiano nel corso degli anni, e anche certi ‘insegnanti’.”

 

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